Rapì bebè in ospedale Una giustizia folle la rimanda in corsia

di Cristiano Gatti

C'è qualcosa di peggio che rapire un neonato dalla culla, mentre ancora è in ospedale, con la mamma nel letto accanto? C'è di peggio soltanto se a rapire il bambino è un'infermiera. Una storia così cupa l'abbiamo vissuta tutti quanti nel giugno dell'anno scorso, quando il piccolo Fabio sparì dall’ospedale di Nocera Inferiore: poche ore, ma poche ore di Italia col cuore in gola. La stessa nottata del rapimento, gli investigatori dissolsero l'incubo entrando nella casa di Annarita Buonocore (alle volte, i cognomi): era questa infermiera del Cardarelli di Napoli, madre di 2 figlie, la sequestratrice del piccolo. Nello sgomento generale, la donna spiegò che era arrivata a tanto per tenersi stretto l'amante, un uomo sposato, anch’egli dipendente del Cardarelli, con il quale aspettava un figlio, poi però perso durante la gravidanza: l'idea, la crudele follia, era fingere di aver partorito regolarmente, in modo che l'uomo non potesse più lasciarla. Una vera diavoleria, di una ferocia inaudita. Per comprenderne la portata, bastò immedesimarsi anche solo per un attimo nei genitori di Fabio. Il seguito, un affresco all'italiana. La Buonocore patteggia in primo grado e limita la condanna a sei anni. Ma nell'attesa dell'appello torna a lavorare. Un lavoro socialmente utile, magari in una comunità di recupero o anche solo in una biblioteca rionale? Via, la giustizia italiana è famosa per la sua sensibilità, con i colpevoli. Anche per la rapitrice di neonati il cuore è grande: da Ferragosto, la donna torna a fare il mestiere di sempre, l'infermiera. Come svela il Corriere del Mezzogiorno, la donna lavora di nuovo al Cardarelli, nel complesso operatorio di chirurgia, un ambiente considerato «protetto», cioè a dire senza contatti diretti con i pazienti. I magistrati avrebbero concesso il beneficio per pura umanità, considerando che questo lavoro è l'unica fonte di reddito per l'imputata. Lo stesso Collegio degli infermieri ha i suoi buoni motivi per non prendere provvedimenti: finché la sentenza non è definitiva, un infermiere non può essere radiato…
Ma sì, ne conosciamo già tantissime di queste vicende. I reati più infami entrano nell'orbita giudiziaria e improvvisamente la realtà diventa surreale. In punto di diritto, come piace dire agli avvocati, fila tutto nel modo più rigoroso. E che diamine, fino a sentenza definitiva un individuo non è colpevole. Ma l'infermiera aveva il neonato a casa sua… Vediamo di non essere beceri e grossolani: la Buonocore non è ancora ufficialmente colpevole. In attesa della sentenza finale lasciamola almeno lavorare: da infermiera, e che altro se no?
Non so perché, ma di fronte a queste situazioni giuridicamente ineccepibili si avverte sempre un forte sentore di delirio. In questa storia manca solo che qualcuno arrivi a dire «su, vediamo di non esagerare: in fondo l'infermiera ha tenuto con sé il neonato una giornata, trattandolo pure bene», ecco, magari chiudendo poi la vicenda con una pacca sulla spalla e una pesante sentenza del tipo «signora, mi raccomando, si ricordi di lasciare nelle loro culle i figli degli altri», poi potremmo pure riderci sopra e farci una bicchierata. Ma l'istinto suggerisce qualcosa di diverso: per quanto raffinata e misericordiosa sia la giustizia italiana, quella donna ha comunque rapito un neonato, firmando il peggiore dei crimini. Nessuno chiede per lei la pena di morte. Ma che qualcuno l'aiuti a livello psicologico, e che qualcun altro la tenga molto lontana da un ospedale, almeno questo sì. Non è in punto di diritto: è solo in punto di buonsenso.