Rapidi e senza show: elogio dei pm «normali»

Ora che la parola passa al tribunale, bisogna riconoscere che a uscirne bene dal misfatto di Avetrana è stata la magistratura. Non certo i protagonisti, ma questo è ovvio, pur se anche nel delitto può emergere talvolta quella sorta di rispetto di sé che nel nostro caso manca del tutto. Non la parte terza, quella che partecipa all’avvenimento da spettatore e che è purtroppo rappresentata dalla folla (...)
(...) di turisti dell’orrore che sosta davanti al cancello della villetta di Michele Misseri, neanche fosse in attesa di un sequel della tragedia, come l’ha abituata il cinema e la televisione (impietosa, nel nome dell’audience, nel dare alla madre della vittima la notizia, in diretta, del ritrovamento del cadavere della figlia. Una medaglia al merito giornalistico, quella che s’è guadagnata Federica Sciarelli, che non le invidiamo). Ne esce invece a testa alta la Procura di Taranto, il suo capo Franco Sebastio e i pm inquirenti Mariano Buccoliero e Pietro Argentino, oltre che, va da sé, i carabinieri del reparto operativo e del Ris.
Per la sua forte componente sensazionalistica, l’indagine era di quelle in grado di assicurare, se doverosamente amministrata, una elevatissima visibilità mediatica. Volendolo, i magistrati avrebbero potuto rubare la scena ai vari zii Michele e cugine Sabrine, impegnati quanto non mai a pararsi davanti alle telecamere e che non hanno trascurato uno dei soli elementi della ormai sperimentata rappresentazione scenica della solidarietà e della collettiva partecipazione emotiva, ivi compresa la tradizionale fiaccolata. In altre occasioni, l’acceso interesse (o l’incontenibile curiosità) dell’opinione pubblica, ben servito dagli organi d’informazione, accese la vanità dei magistrati che per mantenere vivo l’interesse e la richiesta a comparire, a pronunciarsi, promuovevano conferenze stampa improvvisate, centellinavano le dichiarazioni, lasciavano trapelare scampoli di informazione sull’andamento dell’indagine tenendosi i più ghiotti per i tiggì della sera, in un trionfo di audience e di narcisismo. Al contrario, la Procura di Taranto ha lavorato in silenzio e tenendosi ben lontana dalle telecamere: senza anticipare mai nulla, senza arzigogolare sulle ipotesi al vaglio, senza mai anticipare, nelle consuete formule sornione, del dire e non dire, le future mosse.
Si dirà che, essendo questa la procedura ordinaria o quanto meno quella che ci si aspetta in un Paese «europeo», il comportamento dei magistrati tarantini non dovrebbe sorprendere. Però, essendo la prassi corrente quella abitualmente praticata dal sostituto procuratore Henry John Woodcock, quella delle inchieste-spettacolo e dei magistrati-showman, l’apprezzamento a Franco Sebastio, Mariano Buccoliero e Pietro Argentino è più che dovuto, è doveroso. Sarà poi un caso, ma le indagini condotte in silenzio, senza le pause e le distrazioni che le ripetute interviste e occasionali esternazioni comportano, s’è chiusa in tempi sorprendentemente rapidi. Quasi che ci sia un nesso fra la riservatezza e la celerità nel giungere alle conclusioni di una indagine non certo fra le più agevoli. Una conclusione sulla quale il Consiglio superiore della magistratura o la stessa Associazione nazionale dei magistrati farebbero bene a riflettere.