Il rapimento di Roveraro preparato un anno fa

Enrico Lagattolla

da Milano

Un cascinale, per la prima notte di prigionia di Gianmario Roveraro. «Doveva finire tutto in poco tempo». E soprattutto, «doveva finire diversamente». Quattro ore per ricostruire il sequestro del finanziere, il suo ultimo viaggio, la segregazione. Quattro ore di interrogatorio per Marco Baldi, indicato come il «carceriere» di Roveraro. «È vero, ho partecipato alla prima fase del sequestro». Ma solo a quella, o almeno così racconta. «Non ne volevo sapere più niente, l’ho detto a Toscani». Poi, davanti al casale disperso nella provincia modenese, lungo la strada statale 12 tra Bastiglia e Albareto, un’altra confessione. «Il cascinale l’abbiamo individuato un anno fa». Sceto tra i tanti della campagna modenese. Pronto per «accogliere» Roveraro. Da un anno, dunque, esiste il progetto di rapire il finanziere. Per tanto tempo Botteri medita il sequestro dell’uomo dell’Opus Dei, dal quale «pretende» 10 milioni di euro, la sua parte nell’affare «anglo-austriaco». «Ma quando ho capito come stavano le cose,, mi sono tirato indietro». Troppo tardi. In quell’edificio nemmeno troppo isolato - dice ai magistrati -, Roveraro è stato rinchiuso. Da lì, poi, verrà trasferito prima dell’esecuzione.
Parla, Baldi. E il racconto inizia nei mesi precedenti la sera del rapimento. Per due volte il gruppo si apposta sotto casa di Roveraro, ne annota gli orari e gli spostamenti. È Botteri a dare gli ordini e stabilire le modalità: «Bisogna pedinarlo». Qui però Baldi frena: «Le cose dovevano andare diversamente. Avevamo programmato un altro appostamento». Poi, racconta l’uomo, il piano cambia. I tre entrano in azione. In pochi minuti si imbocca una strada da cui non si potrà tornare indietro.
Gianmario Rovevaro sta tornando a casa dopo aver trascorso la serata all’Opus Dei. Non sa che qualcuno, a pochi passi da casa sua, lo sta aspettando. Il finanziere esce dalla fermata della metropolitana «Pagano», si incammina verso l’abitazione di via Alberto da Giussano 26. Da un parcheggio si muovono due auto. Lo seguono fin sotto casa. «Botteri e Toscani su una Renault Mégane - ricostruisce Baldi - io sulla mia Honda». Scendono dalle vetture e si avvicinano al finanziere. Iniziano a parlare, lo invitano a salire in auto: «Facciamo un giro». Roveraro esita, la discussione si accende, i tre lo caricano a forza nella vettura di Baldi. «Non è stato facile, ha opposto resistenza. Una volta dentro, Botteri lo ha legato e bendato», giura l’imprenditore edile.
La «carovana» parte. Troppo rischiosa l’autostrada, le due macchine imboccano la via Emilia. Il viaggio procede nella tensione. Baldi chiama Botteri. «Fermatevi, prendetelo voi. Io non lo voglio più». Quella che doveva essere un’operazione «lampo», sta diventato qualcosa di molto più compromettente. Le auto accostano, il «passeggero» viene fatto trasbordare. Poi, dritti fino alla «prigione» di Albareto. Ma non è qui che verrà ucciso Roveraro. Baldi dice di aver sentito Toscani e Botteri parlare di «spostarsi dal cascinale». E a questo punto di aver deciso di chiamarsi fuori: «Credevo dovessimo solo dargli “una lezione”, spaventarlo per avere dei soldi». Perché è per i soldi che Baldi era entrato nel «giro». «Con Botteri ci conosciamo da tanto, siamo amici. Gli avevo prestato del denaro quando lui si trovava in difficoltà. Mi ha detto che se lo aiutavo a fare questa cosa, ne avrei potuto avere indietro una parte». Doveva concludersi tutto in pochi giorni, anche se il progetto aveva radici antiche. Prendere il denaro e sparire. La mattina del 6 luglio, però, la realtà ha già un altro volto. Quello di un vero e proprio sequestro. E Baldi racconta di aver chiamato Botteri e Toscani: «Non ci sto più, non ne voglio sapere nulla». Le due telefonate sono intercettate dagli inquirenti.
Altro non sa dire. Non sa come sia stato ucciso Roveraro, né dove. In serata, Baldi accompagna gli inquirenti in quel cascinale a pochi chilometri da Albareto, lungo il canale Naviglio. Una casa a due piani, color ocra, le imposte in legno chiuse. È qui che ieri sono subito piombati i magistrati e i Ris, che hanno setacciato l’edificio con tutti gli strumenti, compreso il test del luminol per trovare tracce di sangue. Anche se, a sentire Baldi, Roveraro è stato ucciso altrove. Dove, lo possono dirlo solo Toscani e Botteri. Gli inquirenti glielo chiederanno negli interrogatori fissati per oggi.