«La rapina gli aveva sconvolto la vita E spesso diventava pazzo di gelosia»

«Era una maschera di sangue. Se ne stava lì, affacciata in quel balcone al secondo piano, e non parlava. Sguardo fisso nel vuoto, completamente impietrita». Daniela ha 42 anni e fa la serigrafista. Quella donna massacrata di botte, Michelina Brufani, non potrà più dimenticarla. Alle due di ieri pomeriggio Daniela cammina sul marciapiede di via di Casalotti proprio mentre al civico 196 arrivano a sirene spiegate i vigili del fuoco con un’autoscala. La chiamata era giunta poco prima al 112 e dirottata al distaccamento più vicino dei pompieri. Una persona ferita, un’altra morta impiccata con una corda nel corridoio di un appartamento. Ovvero nell’abitazione di Massimo Mastrolorenzi, il gioielliere che nel maggio 2003, davanti al suo negozio di Testaccio, uccise due rapinatori, Giampaolo Giampaoli e Roberto Marai. Paradossalmente titolare di un’oreficeria nello stesso quartiere il primo. Processato e condannato in primo grado per eccesso colposo di legittima difesa, da quella sera del 9 maggio Mastrolorenzi non si era più ripreso. Giudicato sulle prime seminfermo di mente all’atto di sparare alle spalle dei due banditi, dopo essersi liberato dal retrobottega dove era stato rinchiuso, l’uomo non era più lo stesso.
Una settimana fa, durante il processo d’Appello, arriva un’altra mazzata quando il pm modifica l’accusa in duplice omicidio volontario. «L’ho incontrato ieri mattina, era assieme alla compagna, sembrava tranquillo - racconta un amico, Maurizio, 50 anni, imbianchino -. Spesso però mi ripeteva che la sua vita era cambiata dopo quella rapina, che quei due ragazzi morti potevano essere i suoi figli. In mano aveva una busta con dei giocattoli per il nipotino. Dopo la disgrazia Massimo aveva chiuso la gioielleria di Testaccio per spostarla a Prati. Da un po’ non andava neanche più al lavoro perché aveva paura, pensava che qualcuno volesse vendicarsi per quello che aveva fatto ai due ragazzi. Com’era Massimo? Un bonaccione, gelosissimo della nuova compagna, molto affezionato ai suoi due figli avuti dal matrimonio». I vicini raccontano anche di liti furibonde fra Massimo e Michelina proprio a causa della sua gelosia. «Era diventato morboso - spiega una donna che vive nella palazzina di Casalotti - era convinto che Michela lo tradisse. Noi non abbiamo mai visto nessuno con lei. Qualche volta abbiamo notato lo stesso Massimo camuffato con sciarpa e cappello. Non sappiamo bene cosa volesse fare conciato in quel modo. Forse era convinto di sorprenderla con chissà chi».
Gli inquirenti, dal canto loro, parlano poco. «Al momento non ci sono elementi in grado di mettere in relazione l’evento di oggi - spiega il tenente colonnello dei carabinieri Giuseppe La Gala, comandante del Gruppo Ostia - con le vicende giudiziarie della vittima. Abbiamo già interrogato la sua compagna in ospedale e dovremo attendere i risultati dell’esame autoptico di domani (oggi per chi legge, ndr) per saperne di più sulla dinamica del suicidio». Stando ai rilievi del reparto scientifico dell’Arma, Mastrolorenzi, dopo aver picchiato selvaggiamente la donna con un bastone, convinto di averla uccisa (Brufani avrebbe raccontato al magistrato di aver perso i sensi), si procura una corda da bucato, la lega a un infisso sul muro all’altezza del soffitto e si toglie la vita. In casa, stando alle prime indagini, non c’erano altre persone. Solo quando la donna si riprende, almeno un’ora dopo, vede l’uomo ormai cadavere e lancia l’allarme. «Rimaniamo sconcertati di fronte a una vicenda così estrema - commenta Paolo Paolillo, presidente dell’Associazione romana orafi - che ha portato lutti e disperazione. Chiediamo che sia fatta immediatamente luce sul perché Mastrolorenzi sia stato indotto a suicidarsi e su cosa ha contribuito a stravolgere la mente di quest’uomo».
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