Rapiti quattro giornalisti italiani Taglia su Gheddafi: vivo o morto

Una brutale fermata lungo la strada che collega Zawiyah a Tripoli, un colpo di pistola che fredda l’autista, l’invito brusco a scendere. È incubo rapimento per quattro giornalisti italiani, sequestrati ieri pomeriggio e condotti in un appartamento. Ieri sera si trovavano in un’abitazione di Tripoli, secondo quanto ha riferito il console di Bengasi. Sono Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, Domenico Quirico della Stampa e Claudio Monici dell’Avvenire. Quest’ultimo ha potuto fare una breve telefonata al direttore del suo giornale, giusto il tempo di dire «stiamo bene» e di far capire che gli uomini nelle cui mani i quattro sono caduti sono legati al regime di Gheddafi: ma sembra che i rapitori fossero criminali comuni, che li hanno dapprima picchiati e rapinati e poi “ceduti” ai lealisti. Il portavoce dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera Catherine Ashton ha chiesto a nome dell’Europa che i quattro reporter italiani siano subito rilasciati.
Sulla testa di Gheddafi, intanto, pende da ieri una taglia. Un milione e 600mila dollari, poco più di una "mancia", agli occhi del ricercato. Chi consegnerà il raìs, vivo o morto, li intascherà da un gruppo di imprenditori che hanno fatto il salto della quaglia, balzando lieti sul carro dei vincitori. Da ieri, il bunker tripolino di Gheddafi, la simbolica «fortezza Bastiani» dove sembrava che i «nemici» non dovessero mai arrivare è nelle mani degli insorti. Lo stesso ministro degli Esteri libico, Abdul Ati al-Obeidi, ha ammesso da Londra che l'epoca di Gheddafi è finita, mentre il Colonnello, pistola in pugno, deve ora temere anche il morso velenoso di chi gli sta accanto, tentato dalla "borsa" in palio. Lui, il raìs, in questa patetica riedizione in fotocopia della fine di Saddam Hussein, vive come se fosse su un'altra dimensione, lontano dalla realtà. E continua a blaterare di «morte o vittoria contro l'aggressore», mentre qualche residua radio locale trasmette improbabili ordini di servizio in cui si invita il popolo libico a «ripulire Tripoli dai traditori». Eppure (lo dicono anche i russi, prudenti) non è finita, e a giudicare dalle notizie dell'ultim'ora che giungono dal fronte, dove la battaglia si intensifica invece di smorzarsi, si direbbe che il Colonnello ha deciso di vendere cara la pelle, scatenando sul terreno tutto il suo potenziale bellico.
Che il raìs sia rimasto nel Paese pare non ci siano dubbi. Se ne dicono convinti anche alla Casa Bianca, dove un portavoce ripete che «non ci sono indicazioni che Gheddafi abbia lasciato la Libia». Si allenta invece la tensione intorno all'hotel Rixos, dove negli ultimi giorni i giornalisti e gli operatori che ne avevano fatto la loro base erano tenuti sostanzialmente prigionieri, come ha raccontato l'inviato della Cnn, Matthew Chance.
Sono ore concitate, confuse, dove l'incitamento di Aysha Gheddafi, l'unica figlia del colonnello a «combattere contro la Nato» si alterna ai disperati tentativi di negoziare un cessate il fuoco affidati a uno dei figli del rais, Saadi, che proclama di essere titolato a trattare, e a un incrudelire della resistenza lealista. Come il colpo di coda dello scorpione, mentre i ribelli parlano già da padroni e invitano gli operai a tornare al lavoro nelle raffinerie, ecco infatti una volata di missili Grad abbattersi nella tarda mattinata su Misurata, Tripoli e Ajelat, ad ovest della capitale, mentre una colonna di carri che issavano la bandiera verde dei lealisti puntava sulla cittadina. Sono, sembrano gli ultimi sussulti di un animale morente. Ma col raìs, che nei suoi 42 anni di potere incontrastato ha dimostrato di avere sette vite, come i gatti, la prudenza non è mai troppa. Il suo potere è finito. Ma quando, e come finirà lui, forse è ancora presto per dirlo.