Il rapito, i rapiti

Per Daniele Mastrogiacomo c'è stata una mobilitazione che non c'è stata per altri, e ora che a Valentino Rossi e Alberto Tomba si sono aggiunti anche Gabriele Salvatores e Dario Argento e Pupi Avati e Abu Omar (tutti registi, a modo loro) osservare che tanta solidarietà sia dovuta anche alla sua appartenenza al giro politicamente corretto di Repubblica avrebbe un significato preciso, un significato che è questo: essere scemi. Vorrebbe dire non comprendere che più si fa e meglio è, in qualsiasi caso. Si potrebbe obiettare che tanti rapiti italiani non se li è filati praticamente nessuno, e che i due tecnici dell'Eni sequestrati tempo addietro in Nigeria paiano solo lo sfondo ornamentale del caso Mastrogiacomo. Ma la ragione autentica per cui il cronista di Repubblica è al centro della tensione resta un'altra: perché è in guerra, è un prigioniero di guerra, è un cronista di guerra, è uno dei nostri avamposti in un qualcosa che il nostro stomaco sa chiamarsi guerra: nonostante la barocchistica e quotidiana esercitazione del chiamarla in altra maniera. Daniele Mastrogiacomo è un collega come altri, è un italiano come altri, è un rapito come altri, ma è il fronte che è uno solo, e si finge di non capirlo.