Rapito in Nigeria un tecnico italiano

Nella zona era stato ucciso un dirigente petrolifero Usa

Guido Mattioni

Un italiano, Vito Macrina, impiegato amministrativo della Saipem, è stato sequestrato ieri in Nigeria assieme ad altri due colleghi stranieri: un indiano, anch’egli dipendente della società di impiantistica del gruppo Eni e un contrattista di nazionalità imprecisata, dipendente di un’altra compagnia. Il rapimento ha avuto come teatro Port Harcourt, principale città petrolifera nigeriana, nel Sudest del Paese. Mercoledì, l’ultimo contatto telefonico tra l’italiano rapito e la famiglia.
Gli aggressori sono entrati in azione nonostante l’automobile su cui viaggiavano i tre - che erano diretti a una riunione con colleghi della Shell - fosse scortata da agenti. I prigionieri sono stati poi fatti salire su una barca e portati su uno dei tanti isolotti ricoperti di mangrovie del delta del fiume.
Questo è il terzo sequestro di persona nella zona dall’inizio dell’anno. Il giorno prima, sempre a Port Harcourt, era stato assassinato un cittadino americano, alto dirigente della società petrolifera texana Baker Hughes. Il rapimento è apparso da subito come anomalo, molto probabilmente a scopo di estorsione in quanto legato - pare - a una rimostranza commerciale nei confronti della Saipem da parte degli abitanti del villaggio di Buguma. «Siamo preoccupati - ha affermato la società italiana - ma fiduciosi perché non c’è niente di politico dietro questa vicenda, che è solo di carattere commerciale locale».
Lo stesso nostro ministero degli Esteri, che ha attivato l’Unità di crisi, ha fatto subito intendere di che natura fosse il sequestro. E anche fonti militari nigeriane hanno poi escluso un’azione politica del Mend, il Movimento per l’emancipazione del delta che da alcuni mesi ha sferrato una campagna di attacchi contro l’industria petrolifera. E con un’email, lo stesso movimento ha negato ieri il proprio coinvolgimento nel triplice rapimento.
È stato sempre lo stesso portavoce militare nigeriano ad attribuire la presunta responsabilità del gesto agli abitanti di Buguma, uno dei tanti villaggi di quest’area paludosa e poverissima del Paese dove il reddito pro capite è al di sotto della già misera media nazionale (260 dollari) e dove la disoccupazione tocca punte del 90%.
La Nigeria è il primo produttore di greggio africano e il sesto esportatore mondiale con 2,6 milioni di barili al giorno. E il Delta del Niger, dove viene estratta la maggior parte del petrolio, è teatro dall’inizio dell’anno di violenze e imboscate contro le multinazionali e i loro dipendenti. Separatisti e comunità locali chiedono di poter condividere le ricadute economiche dell’oro nero, monopolizzate - sostengono - dalle multinazionali e da politici locali.
Proprio negli ultimi mesi i movimenti di protesta si sono radicalizzati, conducendo diverse azioni dimostrative, dai sequestri di persona agli attacchi a basi militari, dalle autobomba al sabotaggio degli oleodotti. E proprio mercoledì c’era stato l’episodio più grave, l’uccisione in strada di un dipendente di una società petrolifera Usa, la Baker Hughes. Il delitto, compiuto da due motociclisti armati, sarebbe stato tuttavia un incidente isolato, legato a una vicenda di rapporti di lavoro.
A pagare un alto prezzo per questi episodi è di conseguenza la produzione petrolifera, scesa del 20% soltanto in questo periodo. E probabilmente non è finita. Con un comunicato diffuso mercoledì alle agenzie di stampa, il Movimento per l’emancipazione del Delta ha annunciato infatti nuovi attacchi contro giacimenti e personale del settore petrolifero.