Il rapitore di Barbara confessa e fa arrestare i due carcerieri

nostro inviato a Novara
Si erano illusi di essere una banda. E di poter agguantare la ricchezza con un sequestro. Ora sono in manette: Alessandra Cerri, la carceriera, Giuseppe Lettini, l’esecutore materiale del rapimento, Virgilio Giromini, cervello del gruppo ma anche il primo ad essere arrestato la sera di lunedì. Partita chiusa, come conferma il procuratore aggiunto Maurizio Laudi: la gang tascabile del lago d’Orta è in carcere, insieme ai suoi sogni di grandeur dilettantesca. Localizzata anche la prigione: un appartamento al primo piano di un condominio a Ghemme, poco più di dieci chilometri da Borgomanero, il luogo del sequestro.
Si erano sopravvalutati i tre e avevano sottovalutato invece la capacità di analisi della vittima: Barbara Vergani. È stata lei, con la sua abilità quasi cinematografica, a mettere gli inquirenti sulla strada giusta. E a sbrogliare un caso che solo ieri mattina pareva lontano dalla soluzione. Quasi incartato. Invece no: la svolta era già arrivata martedì sera con il lunghissimo interrogatorio della ragazza, protrattosi fino all’una di notte. Barbara aveva misurato i passi della sua prigione, approfittando dei momenti in cui veniva liberata dalle catene e condotta in bagno, e l’aveva descritta al pool degli investigatori con la precisione di un geometra. «Avevamo già dei sospetti sul ruolo della Cerri - spiega ora Alfonso Iadevaia, capo della Mobile di Novara - a quel punto abbiamo acquisito la planimetria della sua abitazione a Ghemme e abbiamo visto che coincideva al centimetro col racconto della vittima».
Mercoledì mattina gli investigatori piombano a Ghemme e trovano le prime conferme. A quel punto, il secondo colpo di scena: Giromini, incastrato dal possesso delle schede telefoniche - una, ma quasi sicuramente due - decide di fare l’unico passo possibile per limitare i danni: si pente. E fa i nomi dei complici: guarda caso uno dei due è proprio Alessandra Cerri. Tutte le tessere vanno al posto giusto.
Si scava sui profili dei due figuranti. Piuttosto scialbi: Alessandra Cerri, 60 anni, aveva una piccola ditta artigiana di confezioni che è fallita. Negli ultimi tempi lavorava come terzista sempre nel settore dell’abbigliamento, con un passato da baby sitter per Giromini. E abitava a Ghemme, in una palazzina di tre piani. Un appartamento decoroso: cucina, soggiorno, bagno e una cameretta; un ambiente più che sufficiente per coltivare quel proposito spropositato. Giuseppe Lettini, 42 anni, veniva da Trani ma si era stabilito a Borgomanero: i carabinieri lo prelevano a casa, davanti alla moglie e ai due figli sbigottiti. Non solo: i militari fanno un’altra volta bingo, perché durante la perquisizione trovano un giubbino rosso che ha tutta l’aria di essere quello indossato dal rapitore e descritto dalla sempre presente Barbara. «Io - afferma Carlo Vergani, il papà di Barbara - non so chi siano queste due persone. Non le conosco». Ma sono dettagli in coda al colpo tentato da chi pensava di uscire dalla routine e sprofondare nel lusso: i quattro milioni di euro richiesti non sono mai arrivati. La vittima già domenica sera era libera, 26 ore dopo il blitz; la verità è che Barbara Vergani ha dimostrato la freddezza e la lucidità che sono mancate ai rapitori di paese. «È la fine di un incubo - può dire rassicurato papà Carlo - speriamo solo che la giustizia sia fatta fino in fondo».
Restano sul volto di Vergani l’amarezza e l’incredulità per il Giuda di Miasino: «Non riesco ancora ad accettare che sia coinvolto Giromini, un uomo a cui ho fatto solo del bene. Era mio dipendente e l’ho sempre trattato bene. Lo ribadisco: per me è una doppia pugnalata». Ora occorrerà approfondire meglio la posizione di Maria Stella Vetrano, la convivente di Giromini che ha difeso il compagno oltre ogni evidenza. Ma è contorno. Hanno fatto tutto i tre: gli uomini hanno sequestrato la ragazza, la donna ha confessato di averla tenuta prigioniera. «Erano dei disperati pronti a tutto», ammette Andrea La Francesca, legale di Gironimi. Fine della gang. Sarà invece interessante avviare una riflessione su queste bande fai da te, sui dilettanti del sequestro. Criminali senza spessore. E per questo ancora più pericolosi. Le tragedie di Licari a Palermo e Roveraro fra Milano e Parma sono la fotografia di questa Italia banditesca. Feroce e mediocre.