Rappoport disinvolta, Pitt premiato a sorpresa

Una cerimonia sobria ma frizzante ha inaugurato la Mostra. L'attrice, che ha parlato in un ottimo italiano, ha commosso la platea citando i poeti russi. Wenders: "La nostra sarà una giuria infallibile". Standing ovation per Manoel De Oliveira

Venezia - Elegante, austera, a tratti addirittura toccante, la «madrina» Ksenia Rappoport. Laconico Brad Pitt, pizzetto e capelli più scuri del solito, nel ritirare la Coppa Volpi vinta l'anno scorso per Jesse James. Azzardato il presidente di giuriaWim Wenders, con pettinatura un po' alla Melania Mazzucco, nell'annunciare: «Ecco i magnifici sette, come possiamo sbagliare?». Estenuante il quasi centenario (e sempre giovanissimo) Manoel de Oliveira nel ripercorrere in francese la storia del cinema italiano, partendo addirittura da Cabiria e dal muto.

Questa, in sintesi, la recensione della serata inaugurale della 65ª Mostra del cinema, ripresa in diretta da Rai- Sat. In fondo, è andata benino. Non ci sono state papere, infortuni, figuracce, solo qualche veniale difetto di coordinamento tra il direttore Müller e l'attrice russa chiamata a presentare. Magari il presidente Baratta, ribadita la vocazione sperimentale e non mercantile della Biennale («i buoni film contribuiscono a increspare il mondo impedendogli di diventare piatto»), avrebbe fatto bene a chiamare l'applauso per le star sedute in galleria, cioè Pitt, Clooney, Tilda Swinton e Frances Mc- Dormand. Le quali, a ogni buon conto, approdando qualche minuto sul mitico tappeto rosso all'ingresso del Palazzo, s'erano beccate la consueta razione di grida, applausi e fotografie. Di sicuro, la scelta di Ksenia Rappoport, scoperta da Tornatore per La sconosciuta e ora di casa in Italia, s'è rivelata vincente, appropriata. «Sembra una contessa russa», ha sussurrato una cronista al suo apparire sul palco. Alta, i capelli ricci raccolti, inguainata nell'abito scuro di Alberta Ferretti, ha conquistato subito la platea ricordando, in un italiano morbido e teatrale, «che non esiste altra città al mondo cantata da così tanti poeti della mia terra, la Russia». Si riferiva a Venezia, ovviamente. «Qui ti viene voglia di creare qualcosa di bello: un film, un quadro, una scultura, un figlio… », ha aggiunto tra gli applausi, confessando «di essere entrata nel cinema un po' come Alice nel paese delle meraviglie ». A quel punto era fatta. E non se n'abbia a male Ambra Angiolini, che l'anno scorso, gettata nell'agone veneziano confidando su una certa pratica televisiva, pure non sfigurò.

Se Pitt ha ricevuto la coppa dalle mani dell'attrice, Clooney ha dovuto accontentarsi di un fiore gigante. E fiori sono andati anche a tre delle attrici di de Oliveira, salite a omaggiare il maestro portoghese destinatario di una standing ovation: cioè Leonor Silveira, Marisa Paredes e Stefania Sandrelli.

Sul versante delle presenze, la cronaca registra perfino l'arrivo del sindaco Cacciari, di solito refrattario a cerimonie di gala: ma come poteva esimersi essendoci il governatore Galan? Claudia Cardinale, sempre regale, era al braccio del ministro Bondi, accompagnato da Lino Jannuzzi e dal responsabile della Direzione cinema, Gaetano Bandini, con solite scarpe coloratissime. Visti anche Claudia Schiffer, Vittorio Sgarbi con generosa fanciulla in décolleté, Afef, Francesco Alberoni, Ferruccio de Bortoli, Gabriel Garko con Isabella Orsini, Riccardo Scamarcio con capello corto (accompagna la giurata Valeria Golino), Bruno Vespa, Antonella Boralevi, Daniele Protti (oggi direttore dell'Europeo, un tempo del Quotidiano dei lavoratori). Qualcuno ha sorriso nel vedere Citto Maselli, il regista supermilitante che fu protagonista della contestazione del '68 al Lido, abbracciare sul red carpet Tiziana Rocca, la pr delle feste più sontuose e vipparole. Tutto cambia, evidentemente.

Nel prendere la parola, il direttore Müller ha ribadito quanto va ripetendo da tempo: «Non si disegna un atlante del mondo facendo la Mostra». Traduzione: scegliamo i film che ci piacciono, senza guardare alle quote nazionali. E nel presentare i giurati s'è tolto un sassolino dalla scarpa quando è stata la volta del regista dei Blues brothers: «Da Hollywood, quella Hollywood che non ci sarebbe, John Landis». Tutti hanno capito.