«Rapporto più stretto tra calcio e scommesse»

«Il calcio vale oltre il 90% delle scommesse sportive e dà lavoro ad almeno 15 milioni di persone in Europa, bastano questi dati per auspicare un rapporto sempre più stretto fra due mondi che hanno molti punti di contatto», è il pensiero espresso dal presidente della Figc, Giancarlo Abete, al convegno sui giochi svoltosi ieri al World Football Show di Milano. «Ma dove c’è un business importante, s’insidia la criminalità. E allora bisogna combattere i flussi anomali di gioco che in molti casi sono frutto di infiltrazioni malavitose. La nostra federazione è in contatto continuo con Aams attraverso uno scambio quotidiano di informazioni, interviene dove possibile in fase preventiva, ma non ha poteri di polizia. Di qui la nostra attenzione alla legalità delle scommesse e al riciclo di denaro in giocate illecite che rappresentano le due aree a maggior rischio insieme al tesseramento dei minori. Di qui la necessità di un legame più forte e condiviso anche se il calcio non ha ricavi diretti dalle scommesse sportive come succedeva ai tempi del Totocalcio».
In questa direzione va inquadrato anche l’intervento di Francesco Ghirelli, direttore della Lega Pro: «Lo sport non può essere solo spettatore, ma deve diventare protagonista favorendo lo sviluppo di una rete legale. Sono favorevole, per esempio, al posizionamento di corner negli stadi per far capire ai tifosi l’importanza di scommettere in un ambito garantito. E la nostra Lega è pronta a una sperimentazione».
D’accordo con queste valutazioni l’on. Giorgetti, sottosegretario all’Economia con delega ai giochi: «Il mondo delle scommesse può rappresentare un’ottima opportunità per quello dello sport. Ma dobbiamo essere consapevoli che il sistema cresce se cresce la trasparenza». In Italia il nodo è rappresentato dalla presenza di un numero di punti illegali doppio rispetto a quelli legali (20mila contro 10mila) che genera, secondo il parere di Fabio Felici, direttore di Agicos, una raccolta pari a quella ufficiale. Vale a dire 5 miliardi di euro. Una mini finanziaria.
Ma cosa si può fare per arginare questo fenomeno che fa da specchio al titolo provocatorio del convegno «Scommesse sportive e ippiche: troppi buchi nella legislazione italiana?». La risposta arriva da Antonio Tagliaferri, direttore per i giochi e le strategie di Aams: «La legislazione italiana, benché sia considerata un punto di riferimento a livello europeo, non è sufficiente a contrastare la raccolta effettuata da punti privi di concessione e collegati a bookmaker stranieri per la mancanza di armonizzazione con le normative comunitarie. Stiamo aspettando una decisione della Corte di Giustizia Europea che faccia chiarezza sulla possibilità di punire penalmente i trasgressori. Nel frattempo la legge di stabilità consentirà allo stato di tassare i punti illeciti di raccolta senza con questo dare loro una patente di liceità. Aumenteranno anche i controlli, ne prevediamo 30mila nel 2011».
Sul problema, che si trascina da anni, è intervenuto con una testimonianza scritta l’europarlamentare Mario Mauro che da anni si batte in questa direzione: «Un corretto sviluppo del settore non può prescindere da un’accorta attività di regolazione che sia anche argine verso tutte le forme di gioco illegale. È comunque già assodato che gli stati membri hanno il diritto di adottare disposizioni nazionali pur nel rispetto del Trattato che garantisce la fornitura di servizi transfrontalieri».
Al momento però la realtà è diversa come ha sottolineato Stefano Marzullo, direttore operativo di Snai: «La Finanza e i Carabinieri si trovano spesso a sequestrare i punti di scommesse illecite. Ma la stratificazione delle norme porta i giudici a decidere per la riapertura. A rimetterci sono gli operatori in regola che hanno investito fior di quattrini nella concessione, pagano le tasse e non possono offrire le stesse quote di chi invece è fuori legge». «E così – aggiunge Massimo Temperelli, responsabile Business Unit per le scommesse di Sisal – aumenta il numero degli operatori illegali che vivono in una sorta di impunità».