Rapporto sul lavoro nero, così il sommerso frena l’Italia

«Il gettito dei contributi sociali è ridotto del 20%: sarebbe sufficiente per rifinanziare il mercato dell’impiego». Persi circa 25 miliardi all’anno

da Milano

Il lavoro nero penalizza l’Italia Paese, perché sottrae le risorse necessarie a riformare il mercato del lavoro. È quello che sostiene l'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nella sezione dedicata alla Penisola dell’Employment Outlook 2004. Secondo l'Ocse in Italia «il lavoro sommerso sottrae un quinto del gettito potenziale da contributi sociali», all’incirca 25 miliardi di euro. L'allargamento della base imponibile che scaturirebbe dall'emersione del lavoro nero, secondo gli esperti dell'Ocse, renderebbe disponibili le risorse necessarie a finanziare quelle riforme di cui il mercato del lavoro italiano ha bisogno.
Il rapporto ha preso in esame il sistema fiscale italiano, che secondo il rapporto andrebbe profondamente rivisto perché crea «un incentivo a pagare in nero in lavoratori» a causa di una «bassa fiscalità sui profitti combinata ad elevati contributi a carico delle aziende». Troppi oneri sociali, dunque, e poche tasse. Sotto accusa soprattutto il sistema di leggi che regola il mercato del lavoro italiano: secondo gli economisti dell'Ocse «in Italia il mondo del lavoro è esasperato da una ampia forbice tra le piene tutele del lavoro permanente - quelle dei lavoratori "dichiarati", che godono di una forte protezione sociale - rispetto a quelle per il lavoro a termine», peraltro regolamentato solo di recente grazie alla riforma prevista dalla legge Biagi.
Il problema è dunque «limitare l'incremento dell'incidenza del lavoro precario stesso sull'intero sistema produttivo», perché, oltre ai mancati introiti fiscali è a rischio, secondo l'Ocse, «la produttività e la qualificazione professionale dei lavoratori italiani».
L'emersione del sommerso, sostengono gli economisti dell'Ocse, passa dunque attraverso «un miglioramento delle procedure di controllo dell'evasione» e la «modifica del sistema fiscale attuale». A spingere le imprese italiane a pagare in nero i lavoratori sono gli elevati contributi sociali e un inefficace livello di tassazione dei profitti distribuiti, sostiene l'Ocse. Nel mirino anche la cosiddetta «protezione del lavoro permanente». Il ricorso ai contratti a termine e al lavoro interinale, secondo l'Ocse, è stato anche facilitato dalla rigidità del sistema di regole che disciplina i licenziamenti individuali e collettivi, immutato da vent'anni a questa parte. La protezione contro il licenziamento senza giusta causa è definita «particolarmente elevata», così come risultano «molto alte» le indennità dovute al lavoratore ingiustamente licenziato, a fronte di un periodo nel quale le tutele non vengono applicate, (il periodo cosiddetto «di prova») particolarmente ridotto. L'Ocse invita anche l'Italia a rivedere anche l'ombrello di tutele sociali che si apre nel caso di licenziamenti collettivi e il pesante costo sociale legato alle indennità aggiuntive.
«Le differenze nella tutela del rapporto di lavoro permanente e a termine potrebbero costituire un fattore importante di aumento dell'incidenza dei contratti a termine - dice l'Ocse - specie per i giovani e per i non-qualificati». E c’è il rischio che «il ricorso eccessivo ai contratti a termine o al lavoro interinale abbia un effetto negativo sulle prospettive di crescita professionale e sulla produttività». Il lavoro a termine, conclude l’Ocse, è infatti spesso caratterizzato da «relazioni professionali di breve durata» e da «opportunità limitate di formazione e accrescimento delle competenze».