Rattle, una perla il suo Šostakovic

Antonio Cirignano

da Torino

Non c'è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare. Lo diceva Lucio Dalla in una vecchia canzone che sicuramente alludeva ad altre cose. Eppure il suo consiglio è sembrato aleggiare con insistenza sulla meravigliosa esibizione torinese dei Berliner Philharmoniker. Non perché nelle due sinfonie di Dmitrij Šostakovic in programma, la n.1 e la n.15, non ci sia davvero niente da capire, anzi. Ma perché tutto quel che c'è diventa subito evidente, chiarissimo, nella resa stupefacente del celebre complesso berlinese e del suo vulcanico direttore, il cinquantunenne Sir Simon Rattle, sul podio più alto del mondo dal 2002 dopo Karajan e Abbado. Il centenario della nascita di Šostakovic (1906-1975) merita simili doni del cielo, ma a Torino una perla così luminosa nella collana della vita musicale è merito dei Concerti del Lingotto, da sempre a caccia del meglio sulla scena internazionale. Lo spettacolo di Rattle e dei suoi Berliner emana un carisma che comincia ancor prima della musica, fin dall'ingresso, applauditissimo, dell'orchestra e del direttore. Quando le prime note risuonano sei già dentro alla magia fino al collo. L'emozione è una geometria di cui Rattle domina con eleganza ogni teorema, ogni singolo assioma. Il suo «strumento» gli risponde con una tavolozza espressiva impressionante e dalle connessioni perfette, senza ombra di sbavature, senza resti. Magnifico. La Prima Sinfonia: fantasmi e sberleffi di un genio ventenne in una sequenza di acrobazie da togliere il fiato. E nel terzo tempo, Lento, un chiaro presagio di quella cantabilità disperata e silenziosa di tante pagine a venire. Rattle dirige con gesto generoso e ispirato, senza bacchetta. Le sue mani compatte si muovono come quelle di chi modella una terracotta di gran pregio e ne estrae figure viventi. Nella Sinfonia n.15, testamento spirituale di un grande maestro del Novecento, echi rossiniani e wagneriani si alternano a raffinatezze impalpabili, vaste radure di meditazione orchestrale dense e dolenti come una febbre. Una febbre contagiosa, di quelle che spingono gli oltre duemila presenti ad esplodere in un applauso senza fine.