Il ratto del Travaglio

Niente fa più schifo di chi ti sfotte per i tuoi difetti fisici: è l’ultimo rifugio delle canaglie, lo scherno degli squadristi, dei brutti dentro. E rieccoci a Marco Travaglio, il cabarettista del Travaglino, il fighetta che ama la declarazione senza contraddittorio né interruzione: sull’Unità ha dato a Giuliano Ferrara di «donna cannone», «donna barbuta», «Platinette barbuto», accucciato «sotto la scrivania di Bush» come già scrisse di Ritanna Armeni, sino a dargli del menagramo, del perdente e dello stupido. Un intero articolo solo per vendicarsi di Ferrara che gli aveva dato pubblicamente del «delinquente», prima che Ferrara lo desse tuttavia anche a se stesso. Peccato che, qualche riga più sotto, l’accucciato divenga Travaglio: per scongiurare una querela di Antonio Socci giunge a blandirlo: «Riconosco di aver ecceduto usando toni e affermazioni ingiuste rispetto alla sua serietà e competenza professionale, e di ciò mi scuso anche pubblicamente con lui, come ho già fatto in una conversazione privata. Gli rinnovo la mia piena stima umana e professionale». La conversazione privata, per intenderci, è quella in cui il Travaglio chiedeva umilmente a Socci di ritirare la querela, per favore. Tanto che gli frega: in Rai ormai c’è lui, mica Socci, e gli epurati sono altri.