«Ratzinger ha ragione, la salvezza non verrà dai preservativi»

Washington come l’Uganda. La capitale degli Stati Uniti teatro di un’epidemia di Aids e con un tasso di diffusione del virus più alto di alcune nazioni africane. È questo il dato da cui parte l’oncologo Umberto Tirelli - coordinatore del Gicat, il Gruppo Italiano Cooperativo Aids e Tumori che dal 1986 studia le correlazioni tra tumori e agenti infettivi - per lanciare la sua provocazione: «Il Papa ha ragione, i preservativi in Africa non risolveranno il problema».
Una posizione inattesa per un medico esperto di Hiv. Ha idea delle critiche che potrebbe attirarsi? Ci spieghi le sue ragioni.
«Il punto è questo: nella capitale del Paese più avanzato del mondo, dove l’informazione sull’Hiv è diffusissima e dove il Vaticano non c’è, be’ qui si registra un 3% di persone sopra i 12 anni infettate dal virus».
È una ragione sufficiente per dire che il preservativo «non è la soluzione»?
«È una ragione sufficiente per chiederci con quale autorevolezza andiamo a dire all’Africa di usare il condom. La teoria è una cosa, la pratica un’altra. Il preservativo viene utilizzato poco anche in società consapevoli del dramma Aids come la nostra».
Ci faccia qualche esempio
«Un giorno consigliai a un paziente di usare il preservativo. Sa cosa mi rispose?
Cosa?
«Prima o dopo i pasti?».
Mi pare che oggi ci sia più consapevolezza...
«Non è solo questione di conoscenza. Il condom crea spesso disagio fisico e psicologico in chi lo utilizza e questa è una cosa che noi medici non possiamo ignorare. Magari si usa le prime volte, poi si smette pensando che il rapporto è diventato stabile e senza aver fatto alcun test dell’Hiv. Si calcola che in Italia ci siano 120mila sieropositivi e la metà non sa di esserlo. Le dirò di più: anche le coppie etero in cui uno dei due è sieropositivo smettono a un certo punto di usare il condom. Infine, si è mai chiesta perché ci sono uomini pronti a pagare tre volte di più per avere rapporti sessuali non protetti con le prostitute?».
Perversione? Voglia di rischio?
«Semplicemente voglia di amore. Il preservativo spesso li porta alla triste realtà di un rapporto mercenario».
Non le sembrano buone ragioni perché si faccia una campagna che ne incoraggi l’utilizzo?
«Sì, certo. Ma il punto è: se non riusciamo a fare in modo che si usi di più nell’evoluta Washington, pensiamo davvero che possa essere la soluzione in Africa?».
Perché non dovrebbe? Non c’è anche una questione di «educazione» alla sessualità...
«Ecco appunto. Le cito qualche esempio. Jacob Zuma, candidato alla presidenza del Sudafrica, ha dichiarato pubblicamente che lui non prenderà mai l’Aids perché dopo un rapporto sessuale si lava sempre. Vuole qualche altro esempio?».
Vada avanti.
«L’ex presidente sudafricano Mbeki sostiene che l’Hiv non è la causa dell’Aids e un altro leader africano consiglia di combattere il virus con il prezzemolo».
Insomma, lei vuole dire che il preservativo ha fallito la sua missione e che il problema è culturale?
«Il preservativo rimane un metodo utile. Ma è come dire a un fumatore che per combattere il tumore al polmone dovrebbe smettere di fumare. Glielo diciamo, ma poi non ci ascoltano. I casi di contagio da Hiv diminuiranno quando il preservativo si userà di più. Ma i numeri ci dicono il contrario: le persone contagiate dopo un rapporto sessuale a rischio sono aumentate. A questo punto noi dobbiamo pensare alla terapia».
Se lei dovesse realizzare uno spot per la lotta contro l’Hiv che messaggio userebbe allora?
«Quello che noi chiamiamo A, B e C, che vuol dire astinenza (abstinence), fedeltà (be faithful) e condom. Sì anche il preservativo, ma non pensiamo solo a quello».