Ratzinger modifica la legge elettorale di Wojtyla

In conclave sempre indispensabili i due terzi dei voti, abolita la possibilità della sola maggioranza assoluta

da Roma

Papa Ratzinger ha varato una sua mini-riforma elettorale cancellando uno dei punti più innovativi (e contestati) della legge sul conclave promulgata da Giovanni Paolo II nel 1996 con la Costituzione apostolica Universi Dominici gregis: nella futura elezione papale non sarà più possibile designare un Pontefice a maggioranza assoluta, con la metà più uno dei suffragi degli elettori, ma sarà sempre necessaria la maggioranza dei due terzi dei consensi, così com’è sempre avvenuto.
Benedetto XVI ha pubblicato ieri a sorpresa il «Motu proprio» che modifica il paragrafo 75 del testo di Wojtyla, nel quale era previsto che dopo un certo numero di scrutini (33 o 34) e dieci-tredici giorni di votazioni andate a vuoto, i porporati potessero abbandonare la maggioranza dei due terzi e passare a quella assoluta.
La norma, inserita nel documento che trasferendo la residenza dei porporati del conclave nel nuovo palazzo di Santa Marta - facendo di fatto finire il regime di stretta clausura - era passata quasi in sordina, ma aveva sollevato molte critiche. L’autore di quel testo era il canonista Mario Francesco Pompedda, poi cardinale, scomparso alcuni mesi fa. Nel documento di riforma del conclave, redatto su indicazione di Wojtyla, veniva accresciuto, tra le altre novità, il ruolo del Sostituto della Segreteria di Stato e del cerimoniere pontificio. L’allora cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, non aveva gradito la nuova norma, scritta e pubblicata senza che il documento fosse esaminato dall’ex Sant’Uffizio.
In effetti, seppure può apparire remota l’ipotesi di un conclave che si protragga per oltre dieci giorni (non è mai accaduto gli ultimi 150 anni), la decisione di far scattare la possibilità della maggioranza assoluta toccava una regola che sempre aveva accompagnato l’elezione del Pontefice da quanto esiste una legislazione canonica per il conclave: il nuovo Papa doveva essere espressione di un’ampia maggioranza. Con il 50 più uno si sarebbe rischiato eventualmente di arrivare a un’elezione risicata, con contestazione di voti, come accaduto per la sfida tra Bush e Al Gore alle elezioni americane del novembre 2000, e soprattutto con l’immagine di un corpo elettorale spaccato, diviso. Durante il concistoro del maggio 2001, svoltosi in Vaticano, diversi cardinali posero la questione chiedendo una modifica: in prima fila c’erano i porporati del circolo linguistico tedesco (a cui partecipava Ratzinger) e alcuni latinoamericani. Meno sensibili, invece, i cardinali anglosassoni, forse perché più abituati al maggioritario secco. Quelle indicazioni vennero fatte presente, ma Wojtyla e la sua Segreteria di Stato non ritennero di cambiare una legge dopo appena cinque anni.
Oggi, diventato Papa, Ratzinger ha voluto mettere mano alla materia, riformando soltanto quel punto specifico e introducendo l’obbligo (prima era solo una possibilità), dopo i 33-34 scrutini, del ballottaggio fra i due porporati più votati: anche qui, perché l’elezione sia valida, servono i due terzi dei voti. I due diretti interessati, però, non potranno votare. Le nuove norme, ha spiegato padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, servono a «garantire il più ampio consenso possibile per la nomina del nuovo Pontefice».