Ratzinger, il Papa in cattedra

Il libro di Gianni Valente ricostruisce il "magistero" teologico di Benedetto XVI attraverso le testimonianze, inedite, dei suoi studenti. Attento al rinnovamento, insegnò affrontando qualsiasi tipo di argomento senza paura

C’è chi continua a leggere la figura di Joseph Ratzinger secondo i logori cliché che utilizzano le categorie di destra e di sinistra, di progressismo e conservatorismo, entusiasmo e «pentitismo» conciliare, considerando l’attuale Pontefice l’emblema della restaurazione, dello sguardo rivolto al passato che ripristina impolverate liturgie e paramenti vintage. C’è chi, d’altra parte, applica al Papa tedesco uno schema nuovo di zecca che, esaltandolo come il grande intellettuale dell’Occidente, il leader spirituale di uno schieramento in lotta che vuole dare lezioni a tutti dividendo gli animi con le sue idee, finisce per chiuderlo nel ghetto di battaglie culturali poco consone alla natura universale della Chiesa. Proprio ieri, del resto, usando parole che stridono con quest’ultima univoca e strumentale interpretazione, Benedetto XVI ha detto all’Angelus che il servizio «indispensabile» del successore di Pietro è far sì che la Chiesa «non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura, ma che sia la Chiesa di tutti i popoli».

È, invece, una lettura al di fuori degli schemi quella che propone Gianni Valente nel bel libro Ratzinger professore (San Paolo, pagg. 210, euro 17), volume che sarà distribuito da settembre ma che è presente, da ieri, nella libreria del Meeting di Rimini. Questo saggio basato su testimonianze inedite degli alunni di Ratzinger, ripercorre le tappe della carriera accademica del futuro Papa, il quale proprio dall’esperienza di docente universitario ha tratto quella «semplicità limpida» del linguaggio e quella «esigenza avvertita» di dare sempre ragione delle cose che caratterizzano, oggi, il suo pontificato. Le pagine, documentatissime ma accessibili a tutti, sono uno spaccato della vita della Chiesa della seconda metà del secolo scorso: Ratzinger «teenager teologico», vive a Bonn e poi a Münster la sua intensa partecipazione al Concilio, al quale prende parte come perito di fiducia del cardinale di Colonia Joseph Frings; è a Tubinga, collega di Hans Küng, durante la rivolta del Sessantotto, quindi approda a Regensburg, nel nuovo ateneo da lui – ancora del tutto ignaro del cambiamento decisivo che imprimerà alla sua vita la nomina a cardinale arcivescovo di Monaco – considerato come punto d’approdo definitivo. Fin dai primi passi di studioso, il professor Ratzinger rivela, spiega Valente, «due tratti distintivi del suo modo di fare teologia: l’insofferenza verso le contrapposizioni dialettiche apparenti e posticce, e l’attitudine metodologica a integrare tutto ciò che può essere integrato», secondo il criterio tipicamente cattolico dell’«et et». Colui che una certa vulgata vorrà dipingere come il «panzerkardinal», in realtà non ama lo scontro, preferisce convincere che imporre, usa e valorizza tutto ciò che può essere valorizzato del pensiero moderno, senza preclusioni né confini prefissati: «Lui affrontava tutte le questioni senza timori – racconta l’allievo Peter Kuhn –. Non aveva paura di spingersi al largo, mentre altri professori non uscivano mai fuori dai binari di una pedissequa autocelebrazione». È punto di riferimento non soltanto per chi ne seguiva le lezioni, ma per lo stesso gruppo di teologi europei il cui contributo sarà decisivo per gli sviluppi del Vaticano II.

Il lettore, abituato alle recenti polemiche seguite alla pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum con il quale Benedetto XVI ha inteso liberalizzare l’antica liturgia preconciliare, probabilmente rimarrà stupito nel leggere le puntuali e seguitissime conferenze che il professor Ratzinger teneva all’università in chiusura di ogni sessione del Concilio, quando definiva come «sviluppo veramente importante» la decentralizzazione delle decisioni in materia liturgica, plaudendo al fatto che adesso «la formulazione delle regole liturgiche è, entro certi limiti, responsabilità delle varie conferenze di vescovi». O quando diceva che era necessario «forzare il muro del latino» affinché la liturgia tornasse a essere annuncio e invito alla preghiera, ripulita dalle «cose superflue» e ampliata nella selezione dei testi biblici per «soddisfare le necessità della predicazione». Per Ratzinger, «rinnovamento è semplificazione. Non nel senso di un decurtare o di uno sminuire, ma nel senso del divenire semplice, del rivolgersi a quella vera semplicità che è il mistero di tutto ciò che vive. Divenire semplici, questo sarebbe il vero rinnovamento per noi cristiani, per ciascuno di noi e per la Chiesa intera». Come si coniuga il Ratzinger che vuole «forzare il muro del latino» con il Papa del Motu proprio? Certo, non sarebbe corretto attribuire alle parole del semplice teologo lo stesso valore di quelle pronunciate dal Pastore universale della Chiesa, ed è evidente che sono cambiate molte circostanze: certe speranze dell’epoca conciliare si sono scontrate con la bufera del postconcilio. Ma sarebbe altrettanto improprio credere all’esistenza di due diversi Ratzinger. Il futuro Papa, infatti, non teorizzerà mai alcun dietro-front rispetto alla strada indicata dal Vaticano II, manifestando però fin da subito alcune perplessità sugli sviluppi della riforma liturgica. Già nel luglio 1966, meno di un anno dopo la chiusura del Concilio, in una conferenza tenuta a Bamberg, è lo stesso teologo-professore ad affrontare il tema degli altari girati chiedendosi se «è proprio realmente necessario che la messa sia celebrata versus popolum? È poi tanto importante poter guardare in faccia il sacerdote, o non è anche spesso salutare pensare che anch’egli è un cristiano con gli altri e ha ogni buon motivo per rivolgersi a Dio insieme a loro e per dire con loro “Padre Nostro”?».
Dal libro di Valente emerge dunque un Ratzinger convinto assertore delle riforme conciliari, ma anche critico, già allora, verso quell’eccesso di ottimismo che sembra trasparire dagli schemi della costituzione Gaudium et spes: «Se c’è qualcosa – diceva il futuro Papa – che si debba dire estraneo, anzi contrario alla Sacra Scrittura, è il presente ottimismo nei confronti delle religioni, che le concepisce come fattori di salvezza». Emerge un Ratzinger che prende le distanze «da falsi tentativi di riforma di destra o sinistra», sia da quanti «cercano di salvare la Chiesa salvando la quantità del tramandato, e che in ogni devozione messa in crisi, in ogni frase del Papa messa in discussione avvertono la distruzione della Chiesa», sia da coloro che credono nel «malinteso liberalistico, che tenta di avvicinare la fede al mondo, sfrondandola di ciò che al mondo può non piacere». Grazie alle pagine di Ratzinger professore, insomma, si comprende meglio quella che Benedetto XVI ha presentato come la corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II, e la risposta che, ancora cardinale Prefetto della dottrina della fede, diede a Vittorio Messori il quale gli chiedeva conto del suo lavoro a fianco dei teologi progressisti negli anni Sessanta: «Non sono cambiato io, sono cambiati loro».