«Ratzinger? È il teologo che aspettavamo»

«La nostra radice comune può diventare il terreno di un confronto di alto livello»

Marta Ottaviani

Un Papa teologo per rilanciare il diagolo interreligioso fra le tre grandi confessioni monoteistiche. A patto che venga rispettata l’ortodossia culturale di ognuna. È questa l’idea di Yahya Pallavicini, vice presidente della Comunità religiosa islamica italiana e imam della moschea Al Wahid a Milano.
Imam Pallavicini, cosa ne pensa di questo incontro fra Benedetto XVI e la comunità islamica tedesca?

«È un evento interessante e importante. Soprattutto per continuare la strada del dialogo sull’origine comune di Cristianesimo, Ebraismo e Islam».

Ieri il rabbino capo Di Segni, però, ha detto che fra cristiani ed ebrei ci sono questioni ancora irrisolte. E fra cristiani e musulmani?

«Secondo me il vero nodo è la sfida intellettuale. Dobbiamo dialogare sulla nostra matrice comune e non su quello che ci divide, che va rispettato. Senza questo non può esserci un confronto aperto e sereno».

In questi incontri il Papa ha dimostrato un atteggiamento aperto e quasi amichevole, che ricorda quello di Giovanni Paolo II.

«Io non mi concentrerei tanto sull’aspetto mediatico, che pure è importante. Penso che Ratzinger debba sfruttare quella che poi è la sua più grande caratteristica: la sua enorme competenza in campo teologico».

Un Papa meno mediatico e più tecnico, insomma.

«Sì possiamo metterla così. Con Benedetto XVI ci sono tutti i presupposti per raggiungere un confronto sapienziale di altissimo livello. Purché, come ho già detto, rispetti l’ortodossia dottrinale delle altre religioni, proprio come faceva Giovanni Paolo II».

E l’ingresso della Turchia in Europa? Potrà costituire un ostacolo nel dialogo fra Vaticano e Islam?

«Ratzinger ha usato parole dure contro l’ingresso della Turchia in Europa, ma era ancora cardinale. Penso che Benedetto XVI saprà adeguare la sua posizione su questo argomento alla sua nuova funzione».

A che punto è il dialogo delle singole comunità islamiche con le altre confessioni religiose?

«Va un po’ a rilento e i torti sono anche nostri. Ormai le comunità islamiche sono formate da gente nata e cresciuta nei Paesi dove vivono, che hanno un elevato grado di integrazione. Eppure siamo in ritardo sul dialogo con altre religioni, non solo il Cristianesimo».

I quattro kamikaze della strage di Londra del 7 luglio erano musulmani nati e cresciuti in Gran Bretagna. Cosa non ha funzionato nella loro integrazione?

«Il problema è che in alcuni ambienti islamici si confonde troppo spesso la cultura religiosa con la dottrina politica, diffondendo un sentimento di panarabismo che è micidiale e che non ha nulla a che vedere con i nostri veri principi».

È un problema risolvibile?

«Deve esserlo. La cosa più importante è saper scegliere i propri rappresentanti. La vera integrazione deve essere portata avanti attraverso la formazione di quadri e imam che sappiano trasmettere i giusti principi della fede islamica, tenendo lontana l’ombra del fanatismo. Ed è in questa direzione che ci stiamo muovendo»