Rava e Bollani sono una sicurezza Il quindicenne Lanzoni è il futuro

da Orvieto

La prima edizione dell'Umbria Jazz Winter ebbe luogo qui a Orvieto - dove poi è rimasta - nel 1993, in coincidenza con le festività di fine d'anno. Quella appena conclusa, quindi, è la quindicesima. Il progetto implicava una duplice scommessa: offrire un'alternativa alle vacanze invernali e appagare il crescente desiderio di jazz colto degli intenditori, talora in disaccordo con certi aspetti dell'Umbria Jazz estiva.
La prima scommessa è stata vinta quasi subito, al di là delle più ottimistiche previsioni. Quanto alla seconda, il festival ha vissuto edizioni meravigliose e concerti memorabili (citiamo a caso John Surman, Jim Hall, Cecil Taylor, il definitivo decollo di Gabriele Mirabassi), esaltati dalle sale stupende di Orvieto: il Teatro Mancinelli, la Sala dei 400, lo spazio del Museo Emilio Greco.
L'esigenza di musica impegnativa, di valorizzare artisti italiani fino allora trascurati, è andata aumentando man mano che l'Umbria Jazz estiva, sempre più gigantesca, doveva ricorrere a nomi altisonanti ma non di rado discutibili ed estranei all'insegna del festival. Ma proprio a questo punto Umbria Jazz Winter ha perso di vista la sua impostazione culturale, adottando una struttura simile a quella della manifestazione maggiore di cui Orvieto non ha affatto bisogno. Ecco dunque il ricorso a nomi celebri e la loro ripetizione (anche di italiani - meno male - perché nel frattempo il jazz nazionale è diventato uno dei migliori del mondo).
Non è, questo, un discorso purista che notoriamente non ci appartiene, bensì un tentativo di contribuire a frenare alcuni scivoloni verso i facili applausi dai quali Orvieto deve rimanere immune. Pensiamo per esempio, senza offesa e per approdare rapidamente alla quindicesima edizione, a un Mario Biondi che pure non manca di doti vocali pregevoli, al quale è stato affidato addirittura il concerto inaugurale. «Non avrei mai immaginato di partecipare un giorno a Umbria Jazz», ha esclamato il cantante sul palcoscenico, con un'onestà intellettuale di cui gli va dato atto.
Ciò posto, all'ascoltatore di lungo corso corre l'obbligo di menzionare, quanto meno, il meglio degli spettacoli ai quali ha assistito. Su tutti svetta il duo Enrico Rava-Stefano Bollani, tromba e pianoforte: un duo favoloso, di levatura assoluta, che trascende l'etimologia della musica da entrambi prediletta. E poi il pianista quindicenne Alessandro Lanzoni da Firenze, molto dotato, che va attentamente seguito nella sua promettente maturazione; il trio di Gerald Clayton, Joe Sanders e Justin Brown, pianoforte contrabbasso e batteria, tre giovani molto affiatati e pervasi dalla gioia di suonare insieme e bene; e ancora, Gerald Clayton in duo con il padre John al contrabbasso. Vigorosi e giusti applausi hanno meritato il sassofonista Javier Girotto e il fisarmonicista Luciano Biondini con l'orchestra diretta da Paolo Silvestri. Anche Joe Lovano, un po’ troppo presente da queste parti, ma la cui statura internazionale di sassofonista è fuori discussione, è riuscito a proporre qualcosa di diverso dal suo standard abituale. Si può sperare che tornino tempi migliori? Coraggio, speriamo. Buon 2008.