Rava: "Grazie a Fiorello sono famoso come Mike"

A "VivaRadio2" spopola l'imitazione del trombettista, principe del jazz moderno. E l'artista ammette: "Quando mi trasforma in Paolo Fava è esilarante. Duetteremo insieme"

Milano - I premi che ha collezionato non si contano; in Francia è Cavaliere delle Arti e delle Lettere e per gli appassionati di tutto il mondo Enrico Rava è un gigante del jazz, degno erede di Miles Davis e Chet Baker. Oggi la sua lunga chioma canuta è nota all’inclita e al colto, al ragazzino e alla casalinga di Voghera. Non per i suoi splendidi duetti con Stefano Bollani; neppure per l’album che uscirà tra poco per la mitica Ecm; e manco per i favolosi concerti di pochi giorni fa al Birdland di New York. Queste sono chicche per i fan... Rava è «famoso» a tutti da quando Fiorello, a VivaRadio2, lo ha trasformato nel trombettista Paolo Fava e lo ha inserito nella galleria dei suoi irresistibili personaggi al fianco di Mike, Napolitano, Battiato. Fiore si presenta con parruccona bianca e tromba e sforna frasi surreali («come diceva Coltrane, il jazz è come la scoreggia, piace solo a chi lo fa») punteggiate da una leggera erre blesa. «È divertentissimo - sorride Rava -. Io non ho la Tv, ma Bollani me l’ha fatto vedere su Internet e lo trovo esilarante, anche se non mi somiglia molto. Qualcuno non l’ha capito. Mi hanno chiamato degli amici dicendo: “come si permette?”, io rispondo non c’è cattiveria, anzi è un segno di popolarità essere imitato come Mike o il Presidente. Quando ho visto Bocelli accompagnato da Paolo Fava sono morto dal ridere».

Come ha conosciuto Fiorello?
«In Rai e abbiamo simpatizzato subito facendo un audiolibro dal primo romanzo di Camilleri, e da allora ha cominciato ad imitarmi. Lui è travolgente: i suoi tormentoni sono pezzi di costume. Io così chiuso e lui grande comunicatore che sa fare vera satira. Io non sono un personaggio, vivo per suonare, persino scrivere musica mi pesa, invece lui con i suoi tormentoni, ha trasformato persino il mio alter ego in un pezzo di costume. Non credo che ciò danneggi il mio stile. Anzi, presto sarò suo ospite per una sfida-duetto alla tromba».

Il jazz è identificato con qualcosa di serio, colto...
«Lo è, ma non impedisce di essere divertenti come Fats Waller, Louis Armstrong, Dizzy Gillespie».

Così è anche il suo allievo e compare Stefano Bollani.
«Mi spiace che Bollani non si dedichi solo al pianoforte, sarebbe il migliore del mondo, non c’è Brad Mehldau o Keith Jarrett che tenga. Ma a lui piace fare spettacolo».

Lei invece è un capitano di lungo corso del jazz: il segreto?
«Io ascolto il jazz. I miei idoli sono Armstrong e Bix Beiderbecke. Il grande jazz arriva fino a Bitches Brew di Davis passando per Coleman e Coltrane. Poi c’è il jazz rock, i talebani del neobop e la crisi. Così oggi, dato che non si fa più la musica che mi piace ascoltare, la invento io».

Una visione pessimista del jazz.
«Il jazz è in divenire, così mi circondo di giovani. A Siena tengo dei seminari da cui sono usciti geni come Gianluca Petrella al trombone, di cui non potrei fare a meno».

Oggi è molto amato a New York dove andò negli anni ’60 in cerca di fortuna.
«In Italia non si lavorava. Eravamo in tre a fare solo jazz: io, Rotondo e D’Andrea. A New York si suonava sempre. Oggi le cose sono capovolte».

Il rock non l’ha mai solleticata?
«Da bambino compresi il meccanismo del jazz: un giro armonico su cui improvvisare. Così Bill Haley ed Elvis mi sembrarono troppo semplici. Però sono un fan dei Beatles e amo i Rolling Stones».

Nuovi progetti?
«Tantissimi. In autunno esce il disco per la Ecm. A fine marzo suono con Roswell Ruud, il primo con cui lavorai a New York; da Correggio partiranno i concerti con la big band di giovani; per i vent’anni dalla morte di Chet Baker suonerò con artisti come Philippe Catherine e Aldo Romano».

Senza tv niente Sanremo
«Non l’ho visto, ma c’era Giua, una cantante che conosco bene e che aveva un pezzo fantastico. Avrebbe meritato di più...».