Ravasi: il fast food è indigesto anche per l’anima

Vade retro fast food, sia benedetto il cibo sano e soprattutto consumato lentamente. Parola di cardinale. Il «ministro della Cultura» di Benedetto XVI, Gianfranco Ravasi, in vista di «Expomilano 2015» ha tenuto ieri una lectio magistralis su cibo e spiritualità che risulterà indigesta per McDonald e affini. E ha spiegato invece le radici bibliche dello slow food, cioè il «cibo lento», buono e di qualità.
Ravasi, che ha anticipato al quotidiano Il Messaggero i contenuti della sua lezione, ha detto: «Viviamo in una società sbrigativa e superficiale, che ingurgita cibi a caso in un fast food, che ignora lo spreco alimentare, che si infastidisce quando si evoca lo spettro della fame nel mondo, che si oppone all’ospitalità». Sui vassoi dei fast food, secondo il porporato biblista, si è persa «non solo la dimensione simbolica del cibo ma anche la spiritualità che in quel segno è celata». Per questo, ha aggiunto, «ritornare alla civiltà e alla simbologia del cibo ha un valore culturale e spirituale». E forse «non esagerava lo scrittore inglese Charles Lamb, vissuto tra il Sette e l’Ottocento, quando dei suoi Saggi di Elia scriveva di detestare l’uomo che manda giù il suo cibo affettando di non sapere che cosa mangia. Dubito del suo gusto in cose più importanti».
Per il cristianesimo, invece, il cibo è un elemento centrale anche dal punto di vista spirituale. «Nella tradizione cristiana - ha continuato il cardinale - le due prime opere di misericordia “corporale” sono proprio il “dar da mangiare agli affamati e dar da bere agli assetati”. E ci sono due scene emblematiche al riguardo nella Bibbia. La prima è quella in cui Dio, come un padre di famiglia, si premura di procurare al popolo dell’Esodo l’acqua che scaturisce dalla rupe, la manna e le quaglie. L’altra scena è quella di Gesù che imbandisce una mensa di pane e di pesci per la folla che lo sta seguendo, moltiplicando quel poco di cibo che era a loro disposizione».
Il cuore della celebrazione cristiana è, peraltro, proprio l’attualizzazione dell’Ultima Cena, con il pane che si trasforma in corpo di Cristo. Ravasi cita in proposito il gesuita Charles Pierre, secondo il quale «il pane conserva quasi una maestà divina. Mangiarlo nell’ozio è da parassita; guadagnarlo laboriosamente è un dovere; rifiutarsi di dividerlo è da crudeli». Nel vicino Oriente, ricorda il cardinale, «non si può dare il pane agli animali; se si inciampa in un pane caduto per terra, lo si raccoglie e pulisce, e ancor oggi gli arabi non tagliano il pane con il coltello per non ucciderlo, considerandolo quasi una creatura vivente».
La religione cristiana, ha fatto notare il Presidente del Pontificio consiglio per la cultura, «non è, dunque, una vaga emozione interiore che ci invita a decollare dalla realtà verso cieli mitici e mistici. È una fede legata ai corpi, alla storia, all’esistenza. E quindi anche al cibo». Che va preparato con cura e condiviso, perché se da solo uno si nutre soltanto, il preparare i cibi e allestire la mensa implica la realizzazione di un gesto d’affetto.
Al Messaggero, Ravasi aveva ribadito i difetti del fast food: «La sua enorme diffusione svela una società ossessionata dal tempo, dove tutto ha lo stesso sapore e si fatica a ricercare il Dio che è nell’altro, nel nostro prossimo. L’idea del fast food stempera la dimensione della relazione poiché è un luogo in cui si può mangiare in maniera solitaria. Cosa piuttosto triste...».
Parole sacrosante, anche se da non estremizzare. Innanzitutto perché i vituperati fast food vendono spesso cibo a prezzi abbordabili anche per chi non si può permettere (e sono in tanti, purtroppo) la zuppa d’orzo e lo stinco d’agnello nella quiete del ristorante di tendenza. E poi perché a fare la differenza non è il cibo ma la compagnia: e si percepisce sicuramente più allegria nei volti delle vocianti famigliole di immigrati che la domenica riescono a concedersi un Big Mac piuttosto che in quello dei solitari avventori rigorosamente slow food che non hanno nessuno a cui poter dire quanto sia buono il lardo di Colonnata che si scioglie in bocca.