Ravasi tra libertini e moralisti

«La virtù è la buona qualità della mente per cui si vive rettamente e di cui nessuno può servirsi per il male». La definizione, splendida, è di San Tommaso d’Aquino, e a riproporcela è Gianfranco Ravasi in un libretto veramente bello dal titolo Ritorno alle virtù (Mondadori, pagg. 130, euro 15).
Bello perché di piacevole lettura, e bello perché ci ricorda, con la discrezione propria del suo autore, alcuni aspetti della morale che i periodici richiami alla legalità o le battaglie civili su questa o quella tematica rischiano di dimenticare.
Buona qualità della mente. Innanzitutto, infatti, la virtù è una questione di conoscenza, non di regole o precetti. E Ravasi struttura il suo libro come un percorso di conoscenza prima attraverso le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e poi attraverso quelle teologali (fede, speranza, carità) mostrando, tra l’altro, come queste ultime, lungi dal costituire un problema per soli cristiani, stabiliscano nessi e descrivano esperienze propri di qualunque antropologia.
L’uomo è, strutturalmente, un dramma. Il male ci affascina, recita il «Veni creator Spiritus», ed è una spina che non ci possiamo togliere dalla carne. La virtù non serve a eliminare il dramma, ma a disporci meglio alla battaglia. Ravasi affronta con serenità e lucidità temi intricati. Particolarmente interessante (e originalissimo, benché illustri una sapienza antica - tanto siamo regrediti) quello dedicato alla giustizia. Le citazioni sono sempre opportune e scelte in modo da non essere mai un ornamento del discorso, ma una punta acuminata per il lettore: come quando cita Mauriac: «Quello che v’è di più orrendo al mondo è la giustizia separata dalla carità».
In sede introduttiva, Ravasi cita il Metastasio: «Nel mondo o virtù non si trova,/ o è sol virtù quel che diletta e giova». Il lezioso poeta romano ha fatto scuola, tanto che il suo motto potrebbe valere anche oggi - con l’aggiunta, oltre all’edonismo, del mito della ricchezza e del successo, ritenuti indispensabili per avere vera soddisfazione.
Cita, in seguito, anche Emerson (e con lui Spinoza e Kant): «L’unico premio della virtù è la virtù». Sceglieremo dunque il libertino e l’edonista o il moralista soddisfatto? Né l’uno né l’altro. Edonismo nichilista e moralismo sono due volti di quella macchina, oggi più forte che mai, che vuole deviare il nostro cammino umano dalla conquista e dalla vera conoscenza di noi stessi. Uno solo è lo scopo della vita: la salvezza, ossia l’essere se stessi. La pratica paziente, semplice, umile della virtù è, giorno dopo giorno, il migliore aiuto per questa, che è la sola conquista che conti. A che pro - ricorda Gesù - conquistare tutto il mondo se poi perdiamo noi stessi?