«A Ravenna furono 500 i morti senza giustizia»

«Ingiustizia è fatta. Per l’ennesima volta. Ma non mi stupisco: se il Consiglio comunale di Lugo avesse intitolato una strada alla contessa Beatrice Manzoni, implicitamente avrebbe riconosciuto le responsabilità dei partigiani nella strage». Gianfranco Stella, 62 anni, nel ’90 è stato il primo a descrivere minuziosamente l’assassinio di Villa Pianta ne L’eccidio dei conti Manzoni di Lugo di Romagna. Da allora i libri sulla guerra civile dello storico ravennate hanno risvegliato la coscienza romagnola. Vincitore di una memorabile causa contro l’Anpi, l’associazione dei partigiani, Stella ha fornito materiale anche al fortunato Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa: le sue accurate ricerche gli hanno sempre permesso di uscire indenne dai tribunali dove è stato trascinato da chi non tollera indagini sulle zone d’ombra della Resistenza.
Dottor Stella, c’ è ancora qualcosa da chiarire nel delitto Manzoni?
«Molto. La verità non è stata scritta né dal sottoscritto né dalla sentenza, che ho studiato. Il clima di omertà dell’epoca ha falsato molte cose».
Ha dei dubbi anche sulla colpevolezza dei 13 partigiani condannati?
«Proprio no. Piuttosto ci sarebbe da indagare sulla posizione dei sette che si autoaccusarono per salvare i compagni. Furono assolti per gli omicidi e condannati per calunnia ma ho forti dubbi su questa verità processuale».
E la contessa?
«La contessa è al di fuori di ogni sospetto. Era una donna di una bontà unica, periodicamente vendeva poderi per permettere di studiare ai figli della povera gente. Sa quanti ne ha aiutati? Ce n’è uno che oggi è presidente di una fondazione bancaria. Su di lei sono state scritte e dette solo infamie».
Tipo l’iscrizione al partito fascista repubblicano?
«È scorretto affermarlo. Non è mai stato provato. Diversamente dai figli: uno era professore universitario a Bologna, l’altro segretario dell’ambasciata in Germania. Loro erano obbligati ad averla, la tessera».
Quel pezzo di cartone era un biglietto per l’inferno.
«Da noi, fino alla fine dell’estate, purtroppo era così. Poi cominciarono ad arrivare i carabinieri e la situazione si normalizzò».
Quanti morti ancora attendono giustizia a Ravenna?
«Dopo la liberazione ci sono state quasi 500 vittime e solo un pugno di colpevoli. A causa delle amnistie, le pene massime a cui sono stati condannati i partigiani, poi, furono ridicole».
Assassini ce ne sono ancora in giro?
«Pochi, ma ce ne sono. Qualcuno ha ricoperto perfino cariche pubbliche. Ma non c’è da meravigliarsi: i miei concittadini sono stati protagonisti di una delle più sanguinose stragi accadute nel dopoguerra. A Codevigo nel maggio ’45 centinaia di ravennati fascisti, o presunti tali, furono trucidati dalla decima compagnia della XXVIII brigata Garibaldi. Erano quelli di Bulow, gli uomini di Arrigo Boldrini. Nessuno è mai stato condannato per quei morti».
Lei lo conosceva bene Bulow, in tribunale lo ha umiliato.
«Non ho mai avuto una grande stima di lui. Era un ufficiale della milizia fascista che è passato dall’altra parte solo dopo l’8 settembre ’43, quando l’esito finale della guerra era ormai evidente. Un opportunista le cui responsabilità sul mattatoio di Codevigo non sono mai state chiarite».
Nel Cln di Ravenna c’era anche il cattolico Benigno Zaccagnini.
«Si è mostrato debole, non ha mai avuto la forza di opporsi ai rastrellamenti partigiani nelle case. Sulla rivista Democrazia si limitò a suggerire di non aprire la porta agli sconosciuti».
L’altro personaggio illustre che girava per Ravenna a quei tempi era Giuseppe D’Alema, padre di Massimo.
«Era diventato comandante partigiano dopo essere stato un fascista ortodosso. Si infuriò quando, in tempi di autarchia, il federale offrì tagliatelle al ragù a una delegazione abruzzese. Fu trasferito a Napoli ma si guadagnò fama di integralista».