Razzi Hezbollah colpiscono ospedale in Galilea

Abbattuto su una rampa mobile un missile di fabbricazione iraniana in grado di colpire a 200 chilometri di distanza: Tel Aviv è nel mirino

Gian Micalessin

da Haifa

È l’ultimo colpo della giornata. Arriva poco prima delle 23 quando la Galilea ha tirato il fiato, s’è assopita nei rifugi. Ma quell’ultima grandinata di missili rischia di rivelarsi la più malvagia, la più assassina. A Safad colpisce un ospedale, esplode su una terrazza, semina di schegge e terrore i letti affollati di malati. Poi un’altra esplosione ferisce la sinagoga. Si contano sei feriti, per un colpo di fortuna nessun morto. Un’altra strage, dopo quella di Haifa dove un abitazione è stata sbriciolata da un colpo di katyuscia nel rione di Bat Gilam. Lì le squadre di soccorso hanno recuperato undici feriti. Solo uno in condizioni preoccupanti. Quasi un miracolo per un centro così diretto e così preciso. La guardia però non si abbassa. Dopo la nuova pioggia di missili il ministro dei Trasporti ha ordinato la chiusura del porto, il blocco del centro marittimo più importante del Paese.
Fra la popolazione della città la grande paura dei primi giorni si va un po’ stemperando. Le notizie dell’entrata in Libano di un piccolo contingente di soldati incaricati di spianare la zona di frontiera e creare una zona cuscinetto di un chilometro per fermare il lancio dei missili risolleva un po’ il morale. Quella notizia, l’ipotesi di un obbiettivo immediato e raggiungibile, accende qualche speranza. Allontana la paura di restare obbiettivo indifendibile per molte settimane. Certo la notizia dura solo qualche ora. In serata un portavoce militare annuncia che «non ci sono forze di terra israeliane in Libano». Chi doveva capire, però, ha capito. Le forze speciali sono già dentro, stanno lavorando. La ridda di voci e smentite serve solo a rendere meno impreviste eventuali perdite. A far intendere, senza ammetterlo ufficialmente, che un pugno di uomini combatte oltre la linea di frontiera.
Mentre Haifa si sforza di farsi coraggio, Tel Aviv incomincia a preoccuparsi. La metropoli insonne, il cuore finanziario e produttivo della nazione, stava già per essere colpita. Le voci si diffondono in serata quando la televisione libanese trasmette le immagini di quello che viene definito l’abbattimento di un aereo israeliano. L’aeronautica, sulle prime, si limita a smentire l’incidente. Più tardi però i tecnici israeliani incaricati di analizzare le immagini ricostruiscono l’accaduto. In verità l’oggetto precipitato è un missile Zilzal, un ordigno di fabbricazione iraniana capace di colpire a 200 chilometri di distanza. La piattaforma già pronta per il lancio su Tel Aviv viene individuata e colpita all’ultimo momento dai missili aria-terra israeliani. L’ordigno partito con una parabola imprecisa si ripiega su se stesso, precipita al suolo, esplode in territorio libanese. Ma chi ne capisce di questioni militari, e in Israele non sono pochi, sa che confidare nelle immagini di un satellite o di un velivolo senza pilota per abbattere all’ultimo momento un razzo pronto al lancio è un atto di fede più che una certezza. Prima o poi quel razzo partirà ed arriverà a destinazione. L’unico elemento ancora da accertare è se il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah abbia mano libera nell’utilizzo dei razzi a lunga gittata forniti da Teheran o debba attendere il via libera iraniano prima di ogni nuova escalation. Ma se l’abbattimento di ieri pomeriggio è confermato allora l’escalation c’è gia stata e Tel Aviv è già nel mirino.
Sul fronte libanese Israele, intanto, non concede tregua. Oltre sessanta raid dell’aviazione israeliana hanno causato, soltanto ieri, circa cinquanta vittime. A sud l’esodo della popolazione dalle regioni in cui l’aviazione israeliana annuncia con volantini e comunicati l’imminenza dei bombardamenti continua a essere punteggiato da tragedie. Almeno dieci civili sono morti e sette sono rimasti feriti quando due automobili, in viaggio dal sud del Paese alla capitale, hanno infilato il ponte di Rmeileh appena distrutto dai cacciabombardieri e sono precipitate nel vuoto. Tre civili sono stati uccisi e quattro feriti in un attacco aereo nella regione di Tiro, mentre si recavano a piedi dal loro villaggio Bourj Rahal alla vicina località di Qasmiyé. «L’offensiva durerà almeno un’altra settimana», ha annunciato il vice capo di stato maggiore israeliano Moshe Kaplinski. A Tiro le squadre di soccorso hanno estratto nove corpi dalle rovine di un edificio colpito domenica dalle bombe israeliane. A Beirut i bombardamenti delle infrastrutture portuali, di un deposito di carburante nella zona settentrionale della capitale e le continue incursioni sulla banlieu meridionale roccaforte di Hezbollah avrebbero causato almeno 21 vittime. Colpita in quattro riprese una caserma dell’esercito libanese sulle alture che sovrastano la capitale. Sei soldati libanesi sono morti nel corso dei raid su due postazioni militari lungo la costa settentrionale. L’esercito israeliano ha annunciato l’apertura di un’inchiesta facendo sapere che le installazioni dell’esercito libanese non rientrano «in linea di principio» fra gli obbiettivi. Un altro portavoce militare ha accusato però elementi dell’esercito libanese responsabili delle installazioni radar di aver collaborato al lancio del missile che ha colpito la nave israeliana al largo di Beirut. L’episodio, avvenuto venerdì sera, è costato la vita a quattro marinai israeliani.