Razzi dal Libano, per Gerusalemme l'incubo del secondo fronte

I missili provenienti dalla zona controllata da Hezbollah, ma il gruppo terroristico nega il coinvolgimento dei suoi uomini

David Berger, un sopravvissuto alla Shoah che per un miracolo non è stato colpito dal katiusha piombato sul suo ospizio a Naharia, dopo il botto ha indossato la giacca a vento arancione e blu, ha preso la porta e a suo figlio, che era corso a prenderlo, ha detto: «Io là dentro non ci torno più». Ma il problema non è l'ospizio colpito, i suoi due ospiti feriti e i tre altri ricoverati dopo che tre katiusha lanciati dal Libano erano atterrati nella loro casa: il fatto è che per Israele intento al combattimento al sud, nella Striscia di Gaza, l'apertura di un eventuale fronte nord, ovvero una eventuale terza guerra libanese, di un micidiale faccia a faccia con gli Hezbollah, i migliori amici degli iraniani e dei siriani, armati con 42mila missili, sarebbe una avventura strategica molto difficile.

Quando, alle otto meno dieci di ieri sono piombati su Israele i razzi che per anni, fino alla guerra del 2006, hanno ossessionato le gente del nord, Israele ha fatto sapere che comunque era pronta a ogni evenienza, e che riteneva il governo libanese responsabile di qualsiasi attacco al suo Paese. L'esercito ha piazzato anche alcuni colpi di artiglieria nella zona da cui erano giunti i missili, giusto per far sapere che ne aveva identificato la provenienza: erano gli stessi luoghi dove il 28 dicembre erano stati trovati otto razzi già puntati verso Israele. Dopo qualche ora di allarme, le autorità hanno esortato la cittadinanza a tornare alla vita normale, e hanno dato segno di souplesse, mentre i soldati italiani dell'Unifil, la forza internazionale delle Nazioni Unite che presidia la zona, rafforzavano i pattugliamenti.

Intanto gli Hezbollah sostenevano di non avere niente a che fare con i missili, un loro ministro, Mohammed Feish, negava qualsiasi coinvolgimento, il primo Ministro Fuad Seniora condannava l'accaduto e Abu Mazen dichiarava di sperare che si trattasse di un evento isolato. Né Israele né il Libano hanno interesse a una guerra. Solo alcuni gruppi palestinesi, dalle loro basi libanesi e siriane, non negavano né confermavano. Ma è quasi impensabile che chicchessia possa lanciare dal Libano del sud qualsivoglia ordigno contro Israele senza il permesso di Hezbollah e senza che esso gli fornisca i mezzi per farlo. Nasrallah ha minacciato che, a fronte di un nuovo attacco israeliano contro il Libano, avrebbe fatto apparire la guerra del 2006 come un scampagnata.

Ma soprattutto, con una manifestazione dei suoi sotto l'ambasciata egiziana a Beirut, coperta di insulti e minacce, ha deciso di sferrare una guerra anche contro l'Egitto, il nemico moderato dei suoi amici estremisti. L'ha accusato di aver abbandonato vilmente Hamas, rivendicando di essere il suo autentico scudo. I razzi provenienti dalla sua zona, dunque, chiunque li abbia lanciati, sono in linea con il suo volere. Tuttavia, strizzando l'occhio, Nasrallah lascia che i palestinesi li rivendichino. Hezbollah, infatti, che dall'accordo di Doha dello scorso maggio ha diritto di veto sulle scelte del governo e che ha lucrato potere politico sulla guerra del 2006 e sul vergognoso scambio fra i corpi dei soldati rapiti, Regev e Goldwasser, e l'arciterrorista Samir Kuntar, vuole arrivare alle elezioni, che si terranno fra 6 mesi, senza portare con sé la responsabilità di un'eventuale reazione israeliana a un attacco più cospicuo. Ma vuole anche essere il feroce paladino di Hamas, quello che mentre tutti chiacchierano, agisce. Ma agisce poco, perché altrimenti distruggerebbe la strategia di istituzionalizzazione che potrebbe consentire al suo fronte di conquistare il Libano alle prossime elezioni.