Razzi Qassam su base militare feriti settanta soldati israeliani

L’attacco rivendicato dalla Jihad islamica Olmert esclude massicce ritorsioni

L’11 settembre delle reclute di Zikim è un lampo nella notte. Arriva nel sonno preceduto dall’ululato della sirena, interrompe i sogni, li cancella con la paura. Quando gli occhi si riaprono è già troppo tardi. Il primo missile, l’incubo vero, è già sulla base. Precipita senza un fischio, senza un suono. Come sempre quando è troppo vicino, nell’intervallo tra l’ultimo fischio dell’allarme e la grande deflagrazione. Esplode nella tenda della mensa, accanto al dormitorio. Vassoi e schegge volano assieme ai resti dell’ultimo rancio, spazzano brande e camerata. Una vampata di fuoco sferza le reclute assopite. Chi è già in piedi viene abbattuto dalla prima artigliata di schegge. «Missile, missile»: l’urlo rimbalza di giaciglio in giaciglio, si confonde con le grida dei feriti, con il terrore di chi non ha ancora vissuto un risveglio nel caos crudele della guerra. Poi arriva il secondo. Più crudele, più vicino, con più fuoco e schegge. Chi si è lanciato sui feriti ne subisce la stessa sorte. Poi, per un attimo, è il silenzio, la rassegnazione. Chi è ancora vivo attende, spera che tutto sia finito.
Quando le torce illuminano la scena, gli ufficiali israeliani si rassegnano a uno spettacolo inusuale. Una settantina delle reclute sono lì a terra, abbattute dalle ferite, dallo choc, dalla paura. Una è tra la vita e la morte, quattro sono gravi. Mai i missili palestinesi hanno fatto tanti feriti in un colpo solo. Eppure tutto era già scritto. Due missili avevano centrato le tende di Zikim nel dicembre 2005 ferendo cinque soldati, tra cui l’allora comandante della base. Eppure quel bersaglio invitante, difeso soltanto da qualche fortificazione, è rimasto lì ad appena un chilometro dal recinto nord di Gaza. Così vicino da rendere troppo breve, e inutile, il preavviso del sistema antimissile.
Il tiro al bersaglio messo a segno ieri notte da una cellula congiunta di Jihad Islamica e Comitati di resistenza popolare viene indirettamente rivendicato anche dai portavoce di Hamas, che lo salutano come un «dono del signore».
Israele sembra invece paralizzato da una inusuale inerzia. Il Gabinetto di sicurezza, riunitosi dopo un’incursione mattutina dell’aviazione e il ferimento di cinque palestinesi nel nord della Striscia, esclude operazioni su larga scala. La delicata situazione sul fronte nord, dove molti generali temono un nuovo conflitto con la Siria, e il timore di escalation capaci di compromettere la conferenza di novembre sul Medio Oriente voluta dall’alleato americano, sconsigliano massicce offensive sul fronte di Gaza.
L’insolita rinuncia a una vasta rappresaglia, i timori a impegnarsi su un doppio fronte, l’eccessiva attenzione alla diplomazia a discapito della «deterrenza» confermano, secondo alcuni osservatori, quel senso di stallo e impotenza della macchina militare israeliana già osservato durante il conflitto dello scorso anno in Libano.
Il ministro degli Esteri Tzipi Livni risponde alle paure ricordando che la responsabilità di quanto succede a Gaza spetta ad Hamas, e assicura che Israele è in grado di rispondere agli attacchi missilistici anche con misure diplomatiche, politiche ed economiche. Israele pensa insomma a un blocco totale della Striscia capace di stremare la popolazione, ma anche di incrinare il consenso che gode chi la controlla. L’insolita moderazione fa però paura. E molti in Israele ripetono il vecchio adagio: «In Medio Oriente la politica è un lusso riservato a chi sa conquistarselo con la forza».