Razzismo: no dell’Italia a Durban 2

L’Italia non andrà alla infame conferenza detta Durban 2 cosiddetta «contro il razzismo». L’ha annunciato ieri il ministro Franco Frattini alla ministra israeliana Tzipi Livni ed è una notizia che farà da battistrada al resto di Europa, da dove, timidamente (dalla Francia, dall’Olanda) nei giorni scorsi, già si levavano voci di sdegno per l’antisemitismo plateale del documento preparatorio. Stati Uniti, Canada e Israele erano per ora i soli che avevano avuto il coraggio di dire “no” a un documento di linee programmatiche ispirato dai paesi islamici, specie dalla Libia e dall’Iran, presidente e vicepresidente nel lavoro preparatorio, che di nuovo inchiodava Israele all’antico slogan del 1975 che fu risoluzione dell’Onu poi cancellata: sionismo eguale razzismo.
La conferenza che si terrà a Ginevra su iniziativa dell’Onu a metà aprile porta ancora invece quell’indelebile marchio di antisemitismo e antiamericanismo che nei giorni della prima conferenza, tenutasi a Durban all’inizio del settembre 2001, fu la rivelazione ideologica dell’odio che portò subito dopo all’11 settembre.
A Durban i delegati di tutti i Paesi del mondo convennero al Palazzo dei Congressi per ascoltare le invettive di Mugabe, di Arafat, di Fidel Castro; le Ong marciavano in cortei che brandivano l’immagine di Bin Laden e dichiaravano Israele «Stato razzista» e «Stato di apartheid». Fu una apocalisse demonizzante che ha lasciato pesanti segni sulla struttura dell’antisemitismo contemporaneo, che segnando con marchio di criminalizzazione morale Israele e gli ebrei, li rende indegni di vivere, proprio come vorrebbe l’Iran odierno. La preparazione di Durban 2 ha fatto da filo conduttore alla propaganda jihaidista di questi anni.
L’Italia ha preso la sua decisione, che dimostra che il linguaggio politico internazionale quando è dissennato, quando è pregno di eco jihadiste, quando fa da cassa di risonanza alla politica dell’odio non trova un consenso mondiale automatico. L’Italia, con il coraggio del primo pioniere europeo, stabilisce qui i limiti del discorso politico decente e ammissibile, e quello antisemita non vi rientra.