Il razzismo della sinistra: Cav inferiore come uomo

Sui rapporti con Gheddafi, Prodi attacca Berlusconi e s’inventa "una
diversità antropologica" tra lui e il premier. Ma si dimentica di
D’Alema e Napolitano

Non si sentiva la mancanza degli scenari internazionali borbottati da Romano Prodi. Il Professore, che pure dovrebbe conoscere il continente nero visto che dal 12 settembre 2008 presiede il gruppo di lavoro Onu-Unione Africana sulle missioni di pace, non aveva previsto le rivolte nei Paesi mediterranei. Si è svegliato anche lui quando le proteste popolari erano divampate da un pezzo: il suo primo intervento sulle vicende nordafricane è stato pubblicato dal «Messaggero» il 16 gennaio, quando il presidente tunisino Ben Ali era già fuggito da due giorni. D'altra parte, Prodi non nasconde la propria impreveggenza: l'altro giorno alla Johns Hopkins University di Bologna ha riconosciuto che la crisi è «qualcosa di assolutamente inatteso, fuori da ogni capacità di osservazione».
Adesso però ha capito anche lui che le cose si mettono male e cerca di recuperare il tempo perduto, pur lamentandosi della lenta reazione del governo italiano. Editoriali, convegni, interviste al Tg3 e al «Corriere della Sera». Rieccolo, come si diceva di Fanfani. Prodi è riemerso dal letargo per dirci che Gheddafi è una sua creatura. «L'ho sdoganato io di fronte all'Europa», ha rivendicato. Nel 2004, da presidente della Commissione di Bruxelles, gettò le basi per la visita del Colonnello in Europa dopo la fine dell'embargo. Nel 2007, da premier, in coppia con il ministro degli Esteri D'Alema firmò l'accordo per operazioni militari di pattugliamento congiunte. E ancora lui, quando si sparse la voce di un Gheddafi in coma per un ictus, gli telefonò per rincuorare il mondo: il dittatore di Tripoli è vivo e lotta insieme a noi dalla sua tenda nel deserto.
Però c'è un guaio. Che non sono le rivolte, i massacri ordinati dal raìs sdoganato, i rischi per le imprese italiane e per i nostri termosifoni riscaldati dal gas libico. No. Il guaio è Silvio Berlusconi. «C'è una questione di stile. È un problema di dignità, di come si gestiscono i rapporti internazionali. Il mio successore ha cercato lo spettacolo, lo show, ha blandito il raìs». Berlusconi avrà anche baciato la mano del Colonnello, ma una quantità di foto ritraggono l'uomo forte della Libia che abbraccia Napolitano, D'Alema, la Marcegaglia, lo stesso Prodi chiamato «fratello». Tutto inutile. «Esiste una diversità antropologica tra me e Berlusconi», è la sentenza senza appello.
Una diversità antropologica. Riecco il razzismo-chic della sinistra italiana, il suo doppiopesismo duro a morire. Se Prodi firma accordi economici e militari, tutto bene; se lo fa Berlusconi sono schifezze. Se il Professore tratta con i dittatori è alta politica estera, se il Cavaliere chiude trattati d'amicizia arginando l'invasione di clandestini è un vergognoso «intreccio di legami e interessi». Prodi sdogana Gheddafi, D'Alema va a braccetto con i terroristi hezbollah, Bertinotti ossequia il subcomandante Marcos in Chiapas e brinda con Fidel Castro a L'Avana, ma loro lo fanno con stile, con dignità, senza dare spettacolo. Un abisso antropologico li separa dagli ominicchi del centrodestra.
Lamberto Dini, che fu ministro degli Esteri nel primo governo Prodi, ha ricordato ieri che «l'Italia non ha nulla di cui vergognarsi, il governo Berlusconi non fa nulla di diverso da ciò che fecero i governi Prodi dall'Africa alla Cina». Lì il Professore bolognese è di casa: insegna all'università di Shangai, fa il consulente e il lobbista, è commentatore della televisione pubblica. Anche il regime di Pechino è stato sdoganato in Europa da Prodi. Del quale, tuttavia, non si ricordano proteste per i diritti umani né interventi a difesa dei rivoltosi in Tibet o dei vescovi imprigionati per motivi religiosi. Romano Cuor di Leone non ricevette il Dalai Lama a Roma ma caldeggiò la sospensione dell'embargo europeo sulla vendita di armi alla Cina.
Gheddafi è sempre stato un alleato strategico, già da quando Craxi lo avvisò dell'imminente bombardamento ordinato da Reagan. Il Trattato che impedisce ingerenze negli affari libici fu preparato da Prodi e votato anche dal Pd. D'Alema fu il primo premier europeo a recarsi a Tripoli nel 1999. La sua successiva visita con Prodi del novembre 2006 fu raccontata dall'agenzia Ansa con toni elegiaci. «Il tempo per lei non passa mai», disse il Colonnello al ministro degli Esteri. «Ci manteniamo giovani», ribatté D'Alema. Il raìs: «Saranno i baffi?». Risposta: «Anche lei avrà i baffi tra un po'» riferendosi al viso non rasato. E il leader libico: «Lei ama il mare, mare e deserto sono simili». Il novello Magellano sorrise compiaciuto: «In entrambi i casi c'è bisogno del Gps perché si può perdere la rotta». Un minuetto, nulla a che vedere con la grossolana parata romana del dittatore. Che stile, questi «diversamente uomini» di centrosinistra.

LORO POSSO INCONTRARE I "DESPOTI"
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E A QUESTI NON DICONO CHE SONO DIVERSI?
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