Rcs, il giudice respinge il ricorso di Rizzoli

Una catastrofe. Il tentativo di Angelo Rizzoli di vedere riconosciuti i suoi diritti sulla casa editrice che porta il suo nome - e di conseguenza sul gruppo editoriale Corriere della Sera - si trasforma in un boomerang dalle conseguenze devastanti per l’erede della dinastia imprenditoriale milanese. Ieri mattina il tribunale di Milano ha respinto la gigantesca richiesta di risarcimento avanzata da Rizzoli contro i cinque discendenti dei responsabili del presunto scippo della casa editrice: ovvero Intesa Sanpaolo, l’attuale gruppo Rcs (Rizzoli-Corriere della Sera), Mittel, Edison e il finanziere bresciano Giovanni Arvedi. Ma il tribunale non si ferma qui. Condanna Rizzoli a pagare le spese legali dei cinque avversari. E lo obbliga, inoltre, a risarcire i danni per «lite temeraria», una possibilità che la legge prevede solo contro chi dà il via a una causa sapendo già di avere torto, o per colpa grave. Conto della batosta: due milioni e seicentomila euro a ogni rivale, in tutto tredici milioni. Come sempre accade nelle cause civili, gli effetti della sentenza di primo grado sono immediati. Rizzoli potrà fare appello, ma intanto dovrà tirare fuori di tasca i tredici milioni. E se non lo farà, i suoi avversari potranno pignorare i suoi beni per un pari importo.
La decisione è stata depositata dal giudice Vincenzo Perozziello, della Ottava sezione civile del tribunale milanese. La causa era stata aperta nel settembre 2009 da Rizzoli con il ricorso in cui chiedeva un risarcimento oscillante tra i 650 e i 724 milioni di euro agli eredi della cordata che nel 1984 aveva rilevato il Corriere, travolto dallo scandalo del Banco Ambrosiano e della P2. A intervenire e a prendere in mano il gruppo, rilevandolo per nove miliardi di lire, fu una cordata di cui facevano parte Gemina (ovvero Fiat e Mediobanca), Montedison, Mittel (all’epoca guidata da Giovanni Bazoli) e Arvedi. A partire da due anni fa, Rizzoli ha tentato di riaprire quel capitolo, con una lunga intervista e con l’atto di citazione giudiziaria: la tesi di fondo è che le vicissitudini giudiziarie e finanziarie della Rizzoli nella prima metà degli anni Ottanta fossero state frutto di un complotto che puntava a estromettere la sua famiglia dal controllo della casa editrice. Come ha dichiarato l’anno scorso Gateano Pecorella, già legale di Bruno Tassan Din (direttore generale del Corriere all’epoca dei fatti), «c’era un enorme interesse da parte delle forze politiche, con in testa il Psi, a impadronirsi della corazzata di via Solferino. La rovina di Rizzoli scaturisce dalle manovre per arrivare al controllo del Corriere».
Ma il tribunale, chiamato a vagliare la fondatezza delle richieste di Rizzoli, ha concluso per la loro totale inconsistenza. Nella sentenza, il giudice Perozziello ricorda che una causa praticamente identica era stata già intentata da Rizzoli in passato, e che era stata respinta; e che successivamente Rizzoli aveva scritto una lettera a Giovanni Bazoli per chiedere scusa e ammettere di avere torto. Anche da questo scaturisce la condanna a risarcire i danni per lite temeraria: che il giudice ha quantificato raddoppiando le spese legali riconosciute agli avvocati dei cinque avversari di Rizzoli, calcolate a loro volta in percentuale sul valore della posta in gioco.