Rcs: i grandi soci divisi su Benetton

Il gruppo veneto rinuncia al 5%, «bruciato» dalla fuga di notizie. Il patto ha già respinto tre candidature. La centralità di Banca Intesa

Marcello Zacché

da Milano

Cesare Romiti, che un po’ se ne intende, è andato dritto al cuore del problema: «Le perplessità dei Benetton non riguardano gli aspetti legali dell’operazione, ma sono di altro tipo». Laddove l’«operazione» è la proposta di acquisto, presentata a Gilberto Benetton da Guido Roberto Vitale, di un pacchetto del 5% del capitale di Rcs, la società che controlla il Corriere della Sera. Proposta che, appunto, Benetton ha respinto, ancorché con grande cortesia.
Ora Vitale, banchiere d’affari che si sta occupando di collocare il 14% di Rcs rimasto incagliato con Stefano Ricucci, deve ricominciare da zero. E non è la prima volta: a più battute quote del Corrierone sono state offerte a potenziali investitori, quali Luigi Zunino o Romain Zaleski. Ma non se n’è mai fatto nulla. E il perché, ufficioso e mai ufficiale, è che il patto di sindacato di Rcs, o meglio qualcuno del patto, non è mai d’accordo. Un sindacato (che controlla il 63% di Rcs) composto da 15 soci, che vanno da Mediobanca a Fiat, da Tronchetti Provera a Bazoli, da Capitalia a Intesa, da Della Valle a Romiti. Poteri fortissimi dunque, che, in questo «salotto», si controllano a vicenda in un equilibrio delicato, ben sapendo che un nuovo socio importante, prima o poi, è destinato a sedersi anch’esso sul divano buono. Per questo Mediobanca e Capitalia non erano certo entusiasti all’idea di un rafforzamento «collaterale» di Banca Intesa e del suo presidente Giovanni Bazoli, come avrebbero potuto interpretare l’ingresso di Zaleski (amico e socio di Bazoli nelle Generali) o di Zunino, (immobiliarista e grande cliente di Intesa).
Ora è toccato a Benetton. E Romiti fa capire che anche questa volta il progetto ha trovato un suo stop particolare. Che i bene informati attribuiscono proprio a Intesa: nonostante l’inventiva di Vitale (considerato a torto o a ragione vicino allo stesso Bazoli), nonostante la neutralità di un gruppo che non ha in portafoglio partecipazioni di «potere» e che nel Corriere poteva trovare quella «diversificazione» editoriale che da anni cerca con fatica sul Gazzettino (in lotta con Caltagirone), nonostante tutto questo Benetton rappresenta un rischio. Un’alterazione degli equilibri di cui sopra che, a 20 giorni dalle elezioni, suona male, affrettato, pericoloso. Senza dire dell’asse che la famiglia di Ponzano Veneto ha con Tronchetti, soci nel controllo del gruppo Telecom, o con Unicredito, banca amica. Meglio lasciare perdere. E così una trattativa che Vitale voleva segreta è uscita in anteprima sulla Lettera Finanziaria di Giuseppe Turani, provocando il diniego immediato dei Benetton e il falò, definitivo, dei contatti. Anche perché la sola notizia dello sblocco del pacchetto Ricucci ha fatto schizzare i titoli Rcs (più 7,7%), sballando ogni ipotesi di accordo sul prezzo.
Secondo questa lettura, anche in una vicenda apparentemente marginale come può essere il destino di una quota di minoranza del Corriere, si può cogliere l’attenzione che Bazoli riserva in questa fase a ogni movimento relativo al presidio del territorio finanziario nazionale di fronte a due prospettive: quella politica della vittoria elettorale dell’amico Prodi e dell’Unione, e quella economica dell’inevitabile riassetto, anche transnazionale, degli equilibri industriali, finanziari e bancari.
Di certo, della quota Ricucci, se ne parlerà oggi al patto di sindacato. Così come si parlerà di conti: il bilancio verrà approvato dal cda in mattinata. Sarà il primo della gestione dell’ad Vittorio Colao, e gli analisti si aspettano qualche effetto speciale.
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