Re Artù ci invita alla sua Tavola

Da Tintagel ad Avalon la straordinaria avventura del mitico personaggio

PATER/ COLI AVI FICIT/ ARTOGNOV: queste parole di colore oscuro («Artognou, padre di un discendente di Col, ha fatto costruire questo») apparivano graffite su una lastra di pietra scoperta nel 1998 dagli archeologi a Tintagel, pittoresco scoglio tra i marosi, sulla costa Nord della Cornovaglia.
Goffredo di Monmouth, clerico gallese, che nel 1136 scrisse la Storia dei re di Britannia, riferisce che proprio lì, a Tintagel, in un fortilizio inaccessibile, Uther Pendragon («Testa di dragone») avrebbe amoreggiato con Ygerna (Igraine), moglie del duca locale, con la compiacenza del druido Merlino, che gli aveva magicamente regalato, per una notte, le sembianze di Galois, lo sfortunato marito. Le guide turistiche mostrano sul posto, tra le diverse grotte scavate dal salmastro a Tintagel, l’antro del mago (di disneyana suggestione) e, naturalmente, i presunti ruderi del romantico covo dove sarebbe stato concepito Artù, frutto dell’incantato adulterio.
Riconnettere il nome Artognou alla leggenda del più famoso dux bellorum della storia britannica, il mitico cavaliere della Tavola Rotonda, e dare così un solido fondamento storico ai racconti, sembrava un gioco da ragazzi. Niente da fare, perché gli esperti, anche se ammettono che in quel nome c’è un certo profumo di arthos, l’«orso», in lingua celtica, matrice del regale appellativo, escludono che l’antico pezzo di pietra sia l’anello mancante tra fantasia epica e realtà dei fatti. L’identità del favoloso possessore di Excalibur è ancora sfuocata nelle nebbie di Avalon, l’isola delle mele, nel crepuscolo dell’occidente, dove il vecchio monarca, piagato in duello dal figlio degenere Mordred, si sarebbe ritirato in cerca di una tomba evanescente, e da dove - stando alle aspettative degli appassionati di mistica celtica - potrebbe un giorno riemergere, con la sua cotta d’acciaio, il santo calice Graal che gli aleggia davanti nell’aria, nella destra la possente lancia Ron, sul capo il cimiero a forma di drago (ancor oggi emblema dei «dragoni», la cavalleria delle forze armate britanniche), sulle spalle Pridwen, l’oblungo scudo con l’immagine benedetta della Vergine Maria, icona di pace amorevole, un po’ stonata per un combattente capace di falciare in battaglia un migliaio di nemici a giornata.
Svanisce così un altro tentativo di dare un volto credibile ad Artù, dopo che due americani, ferrati in epigrafia, Scott Littleton e Linda Malcor, l’avevano identificato con Lucius Artorius Castus, un centurione romano che Marco Aurelio aveva spedito in Britannia a presidiare il Vallo di Adriano, l’avamposto contro Angli, Sannoni, Pitti e Scoti, predoni del Nord, un guerriero che oltre a costruirsi una lista di benemerenze più lunga di quella di un hidalgo spagnolo, ha anche suggerito al regista Antoine Fuqua la sceneggiatura di King Arthur (2004), ultimo titolo per il grande schermo di una nutrita serie sullo sfuggente unificatore della Britannia. Qui, però, c’è uno stridente problema di date, perché il prode Artorius va in scena nel II secolo d.C., epoca in cui le aquile romane dominano ancora l’Inghilterra del Sudovest, mentre tutti gli indizi inquadrano Artù fra quarto e quinto secolo, quando le legioni imperiali avevano già fatto fagotto dall’umida Albione, divenuta troppo esplosivo crogiolo di rivolte e invasioni.
Howard Reid, in La storia segreta di re Artù (sesto volume della serie dedicata al Medioevo, in edicola da domani con il Giornale) getta una possente lama di luce sulla questione. Reid - antropologo giramondo, saggista che intinge la penna nell’inchiostro dell’epopea - non imbriglia l’indagine ai luoghi circoscritti, Camelot, Stonehenge (la piana di Salisbury trasformata da Merlino nell’orologio cosmico con i megaliti irlandesi), Mons Badon (Bath, teatro dell’ultima battaglia di Artù), ma allarga lo sguardo alle steppe centrali, cerniera tra i continenti d’Asia e d’Europa. Fu questa l’immensa culla di Sciti, Sarmati, Alani (Lancelot sarebbe l’«Alan de Lot», dal nome della sua contrada francese), nomadi con millenni di raffinata civiltà alle spalle, signori del cavallo, a cui applicarono da maestri quei finimenti, sella e staffe, senza i quali Artù non avrebbe mai potuto primeggiare in scontri e tornei, sognatori di una mitologia sacra splendida di Dame del Lago (la donna angelicata dai cortesi cavalieri su un piedistallo poco consono ai maschilisti Romani e Celti), tecnocrati dell’acciaio con cui forgiavano spade da miracolo, ritualmente piantate in terra e roccia, come alberi che da arcane, profonde radici riassorbivano il micidiale vigore.
Dall’incunabolo barbarico sorse Artù, principe del Medioevo, condottiero di un’orda al galoppo capace di mutare la storia europea. La sua Tavola Rotonda è una tomba eroica, un monumento macabro e magnifico di generosi compagni immolati con i loro cavalli sul cerchio dei pali, una guardia perenne, con il vento che ne agita le membra corazzate di ferro, le lame scintillanti, gli stendardi con il drago invitto.