Il re dei videopoker barava con il fisco

Reggio CalabriaIl «re del videopoker», come era soprannominato in città, barava anche con il Fisco. Non solo «imponeva» le proprie apparecchiature di macchinette mangiasoldi ai gestori dei locali della città, ma si guardava bene dal dichiarare i propri guadagni all’erario.
Gioacchino Campolo, 72 anni, manomettendo gli apparecchi elettronici da intrattenimento o da gioco di abilità - in modo tale che non trasmettessero le informazioni all’amministrazione dei Monopoli di Stato - era riuscito a nascondere al fisco proventi per oltre 7,7 milioni di euro. Ad accertarlo è stata la Guardia di finanza di Reggio Calabria dopo che l’imprenditore, arrestato nel 2009, lo scorso gennaio era stato condannato a 18 anni (tre in meno rispetto a quelli richiesti dal pubblico ministero Beatrice Ronchi), per estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Nella sua ditta, la «Are» costringeva gli operai a dichiarare stipendi di gran lunga superiori a quelli realmente percepiti. Ma i reati più gravi di cui il Paperon de’ Paperoni di Reggio venne riconosciuto colpevole erano state due estorsioni milionarie ai danni del proprietario di una sala giochi e al titolare di una ditta che aveva ottenuto l’appalto per la fornitura dei videopoker. Nel luglio del 2010 gli furono sequestrati beni per un valore di circa trecento milioni di euro, tra cui 260 immobili a Reggio Calabria, Parigi, Roma, Milano e Taormina, ed una collezione d’arte composta anche da quadri di Dalì, Guttuso, Ligabue e De Chirico, opere custodite nel caveau della banca d’Italia. Valevano almeno otto milioni d’euro.
Un uomo legato alla ’ndrangheta, sostengono gli investigatori, che si sarebbe costruito un impero centesimo dopo centesimo proveniente in larghissima parte dagli incassi mai dichiarati ottenuti dalle slot-machine. Un malaffare durato oltre dieci anni con l’appoggio del boss di San Giovannello, Marco Audino, poi morto ammazzato. Ma anche grazie alle amicizie con i clan Libri, De Stefano e Zindato. Nel 2008, con l’operazione «Geremia», il Gico della Guardia di finanza, aveva posto sotto sequestro, per la prima volta, patrimoni riconducibili a Campolo e alla sua famiglia. Beni immobili per trenta milioni di euro. Anche un locale utilizzato come sede del tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria e il cinema-teatro Margherita, usato come segreteria politica dall’ex sindaco e attuale governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti, nel corso della campagna per le elezioni amministrative. Ma il colpo più duro arriva il 12 luglio 2010, con l’operazione «Les Diables», ancora una volta della Guardia di finanza: un maxisequestro di beni per oltre 330 milioni di euro. Case, locali e terreni tra Reggio Calabria e provincia, ma anche a Roma (in particolare un’immensa villa sull’Aventino), Milano, Taormina e Parigi (nei pressi di Place Vendome). E poi auto di lusso fino alla pinacoteca privata degna del Louvre.