Il re di Hollywood che recitò se stesso anche nella vita

Due anni fa un concorso della rete televisiva Channel 4 ha stabilito che il dialogo cinematografico più votato di tutti i tempi è lo scambio finale di battute fra Scarlett o’Hara - Vivien Leigh e Rhett Butler - Clark Gable in Via col vento: «Io so soltanto che ti amo!».
«È questa la tua disgrazia».
«Rhett, se te ne vai, dove andrò? Cosa farò?».
«Francamente, mia cara, me ne infischio».
Uscito nel 1939, il film costò 4 milioni di dollari e ne guadagnò venti nel primo anno di programmazione. Secondo i dati del 2006, gli incassi che lo riguardano hanno superato i 500 milioni di dollari.
C’è un «effetto Gable» nel cinema su cui vale la pena di spendere qualche parola. Perché pochi, come lui, sono sopravvissuti a tanti brutti film girati nell’arco di una carriera trentennale, perché non è stato, come è accaduto ad altri, l’attore che ha incarnato un genere, l’alter ego di un grande regista, l’interprete capace di essere amato o odiato a seconda del ruolo sullo schermo... Più o meno fin dall’inizio Gable è stato semplicemente Gable e tale è rimasto sino alla fine, l’unico per il quale lo star system hollywoodiano abbia coniato il termine di The King, Il Re. Morto lui, la corona venne messa da parte.
Per capire il perché bisogna mischiare arte e vita, finzione, realtà e immedesimazione. Il suo ultimo film, Gli spostati (The Misfits, 1959) lo vide a fianco di Marilyn Monroe, la quale da ragazzina aveva tenuto sul comodino per anni una sua fotografia autografata dicendo a tutti che si trattava del suo «vero padre»... La sera precedente al primo ciak insieme, la Monroe prese tanti di quei tranquillanti che si svegliò nel pomeriggio del giorno dopo... In Gli implacabili (The Tall Men, 1955), diretto da Raoul Walsh, il compito di spiegare il Gable che appare sullo schermo è affidato a questo commento del suo antagonista Robert Ryan: «È l’uomo che ogni ragazzo sogna di essere e che ogni uomo vorrebbe essere stato»... La morte di sua moglie, l’attrice Carole Lombard, in un incidente aereo nel 1942, al ritorno da un trionfale giro di propaganda bellica, fu una specie di tragedia nazionale. Insieme facevano la più bella coppia di Hollywood, lei era la regina della sophisticated comedy, divertente e disinibita al punto giusto. Il giorno che lui andò a lasciare la sua impronta sul cemento del Grauman’s Theatre lei disse al pubblico assiepato all’uscita che sarebbe stato meglio se avesse lasciato l’impronta del suo pisello... Dopo i funerali, Gable non fece più film sino alla fine della guerra, si arruolò nell’aviazione che aveva quarant’anni, divenne ufficiale, volò sui bombardieri, ebbe l’onore di una taglia posta dai tedeschi per chi l’avesse abbattuto e per quanta enfasi, propaganda e protezione ci potesse essere intorno a lui, resta uno dei rarissimi attori americani di fama ad aver rischiato la pelle al fronte.
Nella biografia appena uscita di David Bret, Clark Gable. Tormented Star (JR Books, 287 pagine, 17,99 sterline), questo mischiare arte e vita, cercare di essere sullo schermo ciò che si era e/o si sarebbe voluto essere nella realtà, è colto in modo maldestro e sotto un’angolazione ossessiva. Bret vuole smontare l’immagine maschile di Gable e con essa la costruzione di un tipo umano e di un carattere cinematografico. A suo dire, ogni cosa in Gable era falsa, a partire dalla virilità: bisessuale, o meglio «gay for pay» per tutta la giovinezza e fino a che il successo non arrivò, uno che, secondo la testimonianza di Marlene Dietrich allo stesso autore, «avrebbe fatto sesso con chiunque avesse un buco e la promessa di un paio di dollari»... A giudicare dalla foto di David Bret in terza di copertina, l’immagine languida di una «vecchia zia» vestita da uomo, si capisce che la sua è una specie di guerra santa nel nome del disvelamento e del coming out. «Nei suoi primi ventisette anni di vita le sue relazioni più importanti furono con tre omosessuali (Larimore, La Rocque e Haines), due lesbiche (Dorfler e Dillon), due mangiatrici di uomini (Cowl e Frederick) e infine una signora della buona società, vecchia abbastanza da essere sua madre, e che sposò».
Orfano già a pochi mesi dalla nascita, con un padre, trivellatore di pozzi petroliferi, che giudicava la cultura in generale e il mondo dello spettacolo in particolare «roba da finocchi», e che il figlio, a vent’anni, prenderà a pugni prima di andarsene definitivamente di casa, Clark Gable era un ragazzone di quasi un metro e novanta, per novanta chili, enormi orecchie a sventola, una brutta dentatura e relativi problemi di alitosi. Nel 1930, quando Jack Warner della Warner and Bros, seppe che lo volevano opzionare per una parte nel Piccolo Cesare di Mervin Leroy, disse: «Siete pazzi. Sprecate i miei soldi per un brutto vaso che ha le orecchie al posto dei manici, grandi mani, grandi piedi e la faccia più ripugnante che abbia mai visto».
Eppure, al di là di fornirlo di una dentiera, sfoltirgli le sopracciglia e cambiargli la pettinatura, gli studios non andarono. Qualche anno dopo, quando ebbe una figlia, illegittima, da Loretta Young, sua partner in Il richiamo della foresta (The Call of The Wild, 1935), il regista William Wellman osservò: «Quando finimmo di girare Loretta scomparve per un po’ e poi riapparve con una neonata che aveva le orecchie più grandi che avessi mai visto, eccettuate quelle degli elefanti».
All’inizio della sua carriera, dal 1931 al 1934, Gable girò sotto contratto per la Mgm qualcosa come venti film, una media di cinque all’anno. Non erano tutti primi ruoli, ma in Cortigiana (Susan Lenox. The RiSe and Fall) era protagonista con Greta Garbo, in Lo schiaffo (Red Dust) con Jean Harlow, in Strano interludio (Strange Interlude) con Norma Shearer, in Nessun uomo le appartiene (No Man of Her Own) con Carole Lombard, le top, insomma, dell’epoca. Soffriva all’idea di non poter scegliere i copioni, in un tempo in cui le major governavano con il pugno di ferro gli attori. Accadde una notte (It Happened One Night, 1934) lo girò con la Columbia perché Mayer, il tycoon della Mgm, stanco delle sue proteste, delle sue minacce di lasciare Hollywood e del suo cercare sempre e comunque di fare lo stesso tipo umano in film completamente diversi, per punizione lo «prestò» a una consociata che per la sua durezza nei contrasti-capestro era chiamata «la Siberia» degli attori... Fu la sua fortuna, ma anche la conferma che, baro, giornalista, galeotto o marinaio, Gable funzionava perché faceva Gable.
Che cosa ciò volesse dire lo spiegò bene la giornalista di punta della catena di Randolph Hearst, Adela Rogers St Johns, sul settimanale Liberty: «Clark è lo stesso uomo dentro e fuori lo schermo, il che è vero per pochi attori. Ha lo stesso fascino che nessuno psicologo ha mai spiegato, ma che probabilmente fu quello che si impadronì di Eva quando, nel Paradiso terrestre, vide Adamo per la prima volta». David Bret cita questa affermazione come prova di una «insana, entusiasta ammirazione», e magari ha anche ragione. Ma essa fa il paio con il ricordo della prima impressione da Gable lasciata in un’attrice di temperamento come Joan Crawford, poi sua amante e sua grande amica: «Rappresentava l’uomo allo stato primordiale, con l’istinto di un animale selvaggio, senza atteggiamenti né pose. Aveva più coglioni di qualsiasi uomo abbia mai conosciuto». Va detto che in materia la Crawford era un’esperta.
Il tipo di richiamo sull’altro sesso, che Bret naturalmente non nega, illumina anche il perché di un’attrazione maschile che ancora Bret, quando non si perde in pettegolezzi da lavandaia (non era circonciso, forse soffriva di fimosi, forse di eiaculazione precoce...) non liquida come semplicemente omoerotica od omosessuale, ma ha più a che fare con un modello, un’immagine comportamentale. Dal pubblico del suo stesso sesso Gable veniva ammirato senza essere per questo invidiato o odiato. Incarnava, insomma, la loro idea maschile, senza complessi e senza inibizioni.
In Gli spostati, l’attore che per tutta la sua carriera non aveva fatto altro che recitare sé stesso, si trovò opposto a uno dei prodotti più puri dell’Actors’ studio. Lì dove Clark Gable incarnava un tipo di virilità ormai al tramonto, Montgomery Clift era la fragile, sessualmente tormentata sensibilità che ne andava prendendo il posto. Durante una pausa della lavorazione, il quarantenne Monty offrì all’assetato sessantenne Clark da bere dalla sua fiaschetta: succo d’arancia, vodka e anfetamine... Per colpa di quella mistura Marlon Brando, al tempo de I giovani leoni, era finito sbronzo sotto il tavolo. Gable tracannò il contenuto in due sorsi come se niente fosse. Fu l’inizio di una amicizia e la chiave di volta della riuscita di un film che le nevrosi della Monroe, le isterie di Arthur Miller, il nervosismo di John Houston rischiavano di trasformare in un disastro. «Mi sarebbe piaciuto come padre» sembra sia stata la dichiarazione di Monty quando gli fu data la notizia della morte improvvisa del «Re di Hollywood». E vera o inventata che sia, suona verosimile.