Il «re» incoronato da Cola di Rienzo

Agli occhi di chi entra nella penombra di Saint-Denis, la cattedrale dei re di Parigi, si svela presto la magnificenza della struttura e delle vetrate, dove la luce e il colore disegnano storie a grandi quadri, immagine - almeno, per quel che s’è salvato - di un nuovo modo di intendere l’architettura, gli spazi, il chiaro e lo scuro.
Incedendo lungo le navate, poi, l’attenzione del visitatore viene attratta dal freddo riverbero di marmi distesi su altra pietra, in una sparsa teoria di memoria regale: sono le statue giacenti dei re di Francia, che dal XIV secolo emergono come scogli fra le onde del tempo. Fra queste, la piccola statua di Giovanni I il Postumo, dal viso tondo e delicato, la testa coronata d’un semplice cerchio. Il re piccino nacque nel 1316, quando suo padre Luigi X era già morto da qualche tempo. Ma Giovanni non gli sopravvisse a lungo perché, in capo a pochi giorni, fu trovato morto nella culla, o meglio nel letto della balia. Sarebbe stata la fine drammatica e in un certo modo comune di tanti bambini più o meno nobili, eppure... Eppure intorno a quel freddo corpicino intagliato nel marmo ruota da secoli una leggenda, che forse è una storia vera.
Il fatto è che varie voci circolarono su quella morte prematura, e sulle ambizioni dei parenti prossimi dell’erede legittimo. E soprattutto c’è la storia, così incredibile da essere «vera», di Giannino, «Re Giannino». Ovvero, di quel ricco mercante di Siena che, un giorno del 1354, si vide convocato a Roma nientemeno che da Cola di Rienzo, il «senatore» Cola di Rienzo, per un abboccamento segreto e della massima gravità. Che fare? Il trentottenne Giannino di Guccio, moglie e figli sulle spalle, una solida reputazione tra i membri della sua arte, si crogiolò nel dubbio per alcuni giorni, ma alfine partì. Per un viaggio dal quale non sarebbe più tornato. Giacché Cola - per giunta mettendosi in ginocchio davanti a lui - gli riferì che lui, Giannino, era il figlio postumo del re di Francia, scambiato nella culla dalla balia, la quale, avendo ucciso involontariamente nel sonno il proprio figliuolo, che allattava insieme al figlio del re, aveva ben pensato di scambiare i due corpi.
Ed ecco che il mercante senese diveniva di colpo l’erede legittimo del regno di Francia, proprio allora sconvolta dalle prime fasi della Guerra dei Cent’anni, apertasi per problemi dinastici... Non poteva essere lui l’uomo designato dalle canzoni popolari - e certo anche dalla Provvidenza - per riportare la pace in Europa e quindi, orifiamma in mano, guidare la riconquista cristiana del Santo Sepolcro? Tutto, una volta scoccata la scintilla della fantasia, diveniva possibile.
Pur tra incertezze e timori, Giannino credette a quanto gli era stato raccontato. E fu l’inizio di una bislacca e tragicomica avventura che avrebbe portato il mercante in molte lande d’Italia e d’Europa, dalla Toscana all’Ungheria alla Francia, sino alle segrete degli angioini di Napoli. Fermamente convinto del suo buon diritto, Giannino falsificò sigilli e documenti, si procurò armatura, corona e vessillo, sperperò oltre 100mila fiorini d’oro, ingaggiò mercenari e scomodò più di una casata regnante, tanto che persino papa Innocenzo VI dovette occuparsi del suo caso. Ora Tommaso di Carpegna Falconieri ci riporta il filo e il senso di quella incredibile storia, nelle amene pagine de L’uomo che si credeva re di Francia (Laterza, pagg. 296, euro 18). Dove dapprima si narra con bilanciata ironia e affetto la storia, e poi si ricostruiscono con pacata analisi i problemi e la psicologia di un mercante che fu anche «un illuso e un illusionista, un millantatore, un falsario e un sovversivo». Ma non un uomo in malafede.