Il re del pile che odia il cartellino: "I controlli? Sono contro l'uomo"

Ha importato i tessuti hi tech e fondato il colosso dell'outdoor Salewa. «In azienda conta la fiducia»

L'ufficio è al quinto piano. Dalle grandi vetrate Heiner Oberrauch domina Bolzano e guarda verso Svizzera e Austria, grandi mercati per la sua Salewa. Poggiati a uno scaffale i ricordi delle origini: sci fabbricati da un falegname, bastoncini di legno, attacchi in pelle. Oberrauch è un nome legato ai loden; fu il padre di Heiner nel 1957 ad aprire un negozio di abbigliamento per vendere i classici capi tirolesi. Lui invece, classe 1957, è l'imprenditore che ha importato in Europa la prima maglia in «pile» dagli Stati Uniti e ha trasformato una ditta artigianale tedesca di conciatori, Salewa, nel marchio più apprezzato dagli alpinisti.

Oberrauch è un uomo sorridente che nell'azienda ha unito le grandi passioni della vita, la famiglia e la montagna, con lo stile sudtirolese. «Il motto che ho ereditato è una semplicità accurata», racconta. La settimana da cuoco per gli scout in campeggio. Il coro di montagna. Le vacanze in tenda quando i tre figli erano piccoli e anche adesso, in bici con la moglie. Una famiglia di profughi nigeriani con due gemellini accolta in casa. Appena possibile va in parete o mette gli sci. Le gite notturne di sci alpinismo sono un appuntamento fisso in Salewa: «Ogni mercoledì d'inverno si lascia il lavoro verso le cinque e mezzo e si parte. Si risale la pista e si scende con la luna piena o le pile, poi tutti in baita, spaghetti e birra, alle 9 sei a casa e hai fatto un po' di allenamento. La montagna è il nostro heimat, la patria».

Cuore e cervello. Oberrauch cominciò a lavorare dopo la maturità: «A Bolzano mancava un negozio sportivo: mio padre lo costruì per me e mio fratello e ci offrì i due venditori più bravi. Sportler aprì un venerdì 13, nel maggio 1977. Ci diede fiducia senza dirci che cosa fare ma se avevamo qualcosa da chiedere lui c'era». Una grande lezione imprenditoriale: alla Salewa, per dire, non si timbra il cartellino. «È contro l'uomo esclama Oberrauch -. La fiducia è al 100 per cento oppure non c'è. Mi piace avere tanti co-imprenditori in azienda. Il compito dell'imprenditore è creare una cultura e occasioni in cui la gente può crescere. Diamo tanto e chiediamo tanto, il maggior problema delle aziende talvolta non è l'innovazione mancata ma l'ego delle persone». Qualcuno se ne approfitta? «Se succede, viene segato dai colleghi. Negli uffici pubblici tanti fanno poco e chi fa tanto viene malvisto. Qui l'opposto».

Le strade con il fratello si divisero presto: «Troppa energia. Decidemmo che io, il più giovane, mi sarei dedicato a importare articoli per la montagna e nel 1981 nacque Oberalp. Incontrammo anche Salewa e ci accordammo per distribuire in Italia i loro articoli. Il mio socio era il fratello di Reinhold Messner, Siegfried, allora presidente delle guide alpine dell'Alto Adige. Proposi di usare il loro marchio per avviare una linea di capi sportivi e in pochi anni l'abbigliamento era diventato il settore più forte. Nel 1990 rilevammo l'azienda germanica portando la sede a Bolzano». Di solito sono i tedeschi a imporre i loro prodotti. «Avevamo tre carte vincenti. Essendo alpinisti sapevamo che cosa serve all'atleta. Venivamo dal tessile, e l'Italia era ancora il primo Paese europeo nel settore. E poi conoscevamo lingua e cultura tedesca».

Negli anni di crisi l'azienda di Oberrauch ha sempre chiuso con fatturati in aumento «dal 5 al 15 per cento. In Italia da 10 anni abbiamo il doppio del fatturato con metà dei clienti perché tanti negozi piccoli chiudono, ma i marchi forti crescono. Il primo obiettivo è fare un buon prodotto e allargare la community cui piace il marchio, poi arriva il guadagno. Su ogni business dobbiamo chiederci che cosa porta al brand. Per crescere basterebbe tagliare i prezzi o usare canali di vendita non adeguati; ma per noi sono più importanti la qualità e l'identificazione. Vale anche per i dipendenti: sono orgogliosi di lavorare qui».

In Salewa molti giovani che amano lo sport ne hanno fatto una professione. Ma anche chi non è sportivo, spiega Oberrauch, «chiede senso, valore, qualità. Questo edificio produce più corrente di quanta ne utilizza. C'è una cucina aziendale che serve il cibo come a casa. All'ultimo piano c'è la fitness room. C'è la grande palestra di prova per rocciatori. E c'è l'asilo nido: i bambini danno vita, è bellissimo vederli correre in giro a Natale o San Nicolò. Le neomamme (o papà) stanno in aspettativa per un anno con metà stipendio: in Italia hanno il 30 per cento per sei mesi. E per le vacanze possiamo ospitare i dipendenti. Un mio amico mi ha detto che affitta la sua casa al mare a famiglie con tanti bambini, questo mi ha dato lo spunto e ho preso due appartamenti sul Gargano e uno sul Renon. Quaranta famiglie ogni anno fanno le ferie lì con precedenza per chi ha figli e anzianità aziendale. Pagano 50 euro a settimana per le pulizie. Quelle case oggi valgono più di quando le ho prese. È un investimento che dà un servizio. Per me è una gioia. Ricevere le loro cartoline è una delle cose che dà senso alla vita».

Ogni cinque anni l'azienda chiude per una settimana. «Andiamo tutti in luoghi dove non c'è nulla, come il deserto del Marocco. L'ultima volta una baia dell'Albania: canoa, sub, trekking, scalate, tende, sacco letto, fuoco alla sera. Lì si forma lo spirito di gruppo, sotto le stelle, non negli alberghi a cinque stelle. Poi però mi servono tre giorni per recuperare...».

Tra un paio d'anni, passati da poco i 60, Heiner Oberrauch lascerà l'azienda ai figli; due sono già inseriti. «Un vecchio detto dei contadini dice: sotto un albero grande crescono solo alberi piccoli. Questo fa la differenza. La leadership non si impara sui libri ma nell'esperienza, e io per fortuna l'ho appreso dal papà così generoso e pieno di fiducia. Il mondo va così veloce che oggi un sessantenne fatica a stare al passo. È giusto lasciare spazio. Tuttavia non mi fermo: sto sistemando un maso autarchico, l'orto, le piante, le bestie, il fieno, e intanto la mente lavora. Ho i calli nelle mani. Tanti dicono che non riuscirò, ma vincerò tutte le scommesse che ho fatto».

Commenti

manfredog

Lun, 17/10/2016 - 11:46

Una gran bella storia, quella che ho letto. Le aziende e le persone, comunque, bisogna conoscerle a fondo, ed uno dei modi migliori è quello di lavorarci insieme (nell'azienda) come operaio, come operaio che lavora e ha voglia di lavorare, ovviamente. In ogni caso questo uomo è stato sempre uno scout, da giovane, mah !! mg.