Dal realismo al pop figurativi in mostra

Artisti «senza etichette» alla Mole Vanvitelliana

C’è stato un tempo (oltre mezzo secolo fa, ma sembra ancora più lontano) in cui arte astratta e figurativa si contrapponevano, anzi si combattevano ferocemente. Gli astratti si consideravano i veri interpreti della modernità, gli artisti del futuro, in forza del loro aggiornamento sulle avanguardie europee. Ma anche i figurativi si ritenevano artisti del futuro, e per di più di un futuro migliore, perché pensavano che la loro arte fosse vicina al popolo, artefice di un’auspicata rivoluzione.
Oggi che le ideologie sono cadute, e che non si ha più molta fede né nella modernità né nelle rivoluzioni, si è capito finalmente che in arte l’unica cosa che conta è l’arte stessa. Del resto parlare di pittura astratta e figurativa è come parlare di penne col pennino: denuncia una certa età. Nessun giovane al di sotto dei trent’anni, e anche dei quaranta, usa la parola «figurazione». Di solito parla di «pittura d’immagine», e non la contrappone ad alcunché.
Un identico spirito si respira anche nella mostra «Pittura figurativa italiana della metà del Ventesimo secolo» aperta fino al 2 ottobre alla Mole Vanvitelliana di Ancona. Non per niente il curatore, Armando Ginesi, conclude efficacemente il suo saggio scrivendo che l’importante è «la vera qualità dell’arte, comunque la si manifesti. Questa volta abbiamo dato voce alle ipotesi figurative, ma non escludiamo certamente le altre». La mostra, che attinge alla raccolta di un collezionista ascolano, Serafino Fiocchi, è ampia e variegata. Si va dagli interpreti storici del realismo e dell’espressionismo come Guttuso e Maccari (con un omaggio, in particolare, a Sergio Vacchi), ai protagonisti della Pop Art come Schifano, Festa, Angeli, Rotella, Ceroli, Giosetta Fioroni; dal concettualismo di Carlo Maria Mariani e D’Arcevia alla transavanguardia di Cucchi, fino a giovani come Dany Vescovi. Interessante, tra l’altro, l’inserimento di un lavoro del 1947 di Munari, che probabilmente all’epoca (erano i tempi del Mac) venne considerato astratto, ma che oggi si può leggere come un paesaggio. A dimostrazione che in arte le etichette valgono per quello che valgono. Cioè nulla.