Il «realismo socialista» fatto in casa alla Rai

Leggo nella rubrica «Segnali di fumo» del nostro Caverzan che alcuni politici di primo piano, fra loro Casini e Veltroni, riuniti per la presentazione di un bel libro di Minoli, hanno speso parole sacrosante su una Tv «diseducativa», zeppa di spettacolini insulsi, di «giochi a premio» nella più recente e pacchiana versione dei «pacchi che si aprono» fra il tripudio del pubblico in studio. I politici sembrano in questo d'accordo, suggerirei loro di estendere l'analisi poiché le alternative, sulle varie reti televisive non sono sempre migliori.
C'è la strada della fiction, nella quale la Rai investe capitali ed energie ingenti, e occupa gran parte delle prime serate, che rischia di diventare, e in qualche caso è già, il pretesto per infarcire i programmi di vicende edificanti e a sfondo didattico con tanti messaggi e messaggini politicamente corretti che costituiscono, fra l'altro, il bagaglio culturale della sinistra, l'unico del quale disponga dopo il naufragio ideologico e culturale di un tempo. Ho assistito, spintovi da un lettore angustiato, a qualche puntata della serie «Raccontami», che si trascinerà per nove settimane sulla rete ammiraglia della Rai. Le storie sono ambientate in anni lontani. Dall'avvio della Tv pubblica, ancora nella fase dell'ascolto nel bar sotto casa, e dalla citazione di personaggi ed eventi opino che siamo ai primi anni '60. Il quadro dell'Italia è precisato ogni tanto dallo speaker che si intromette nel racconto per facilitarne la lettura e che a un certo punto avverte: «I due centri della vita locale sono la parrocchia e la sezione del Pci». Il dualismo, provvidenziale come poi si apprenderà, è costituito da un parroco preoccupato per l'anima dei fedeli, e dal segretario della sezione comunista, un giovane dedito al bene e al reclutamento del popolo per la rivoluzione. Il rapporto fra i due è ruvido, si ricordano vicendevolmente, di tanto in tanto, che le loro idee sono diverse, ma qualche volta si incontrano a fin di bene, non siamo ancora al compromesso storico ma la strada è quella.
C'è anche il cattivo, è il capitalista nella versione peggiore del palazzinaro che sin dall'inizio rivela la sua gran voglia, in sé non abietta, di costruire case, e però di guadagnarci su, anche. Il nostro fa discorsi che nessuno dedito al profitto di rapina come lui farebbe, ma l'essenziale è rendere chiaro il messaggio. In più, il capitalista dispone del suo di una faccia che, come diceva Totò, costituisce un atto d'accusa, ornata oltre a tutto da una dentatura terrificante, da squalo, per l'appunto.
C'è poi, fra gli altri, la nonnina bigotta, tipica elettrice della Dc di quegli anni, che si intuisce come emendabile, perché volta al bene della famiglia, e dedita alla frequentazione, se non della sezione, almeno della parrocchia. E ci sono due bambini inquietanti, che scrutano, pensano e fanno pensare, sono un po' il coro che vede, si interroga, e di tanto in tanto riassume. Si indovina che essi raggiungeranno, alla fine delle nove puntate, conclusioni definitive. E non saranno i soli, par di vederli, tanti piccoli Fassino cresciuti, e si è tristi per loro prima della fine della istoria.
Nelle puntate che ho seguito, si intravede un avvenire da realismo socialista, sebbene fatto in casa come solo può essere da noi. In effetti, non c'è aria di Ehrenburg né di Zdanov, non è il realismo di un Paese grande e tragico, qui il tutto è ridotto alla sezione comunista di quartiere, quella di prima, quando qualcuno a crederci c'era ancora.
a.gismondi@tin.it