Il realismo Usa e la lezione politica di Bush

Egidio Sterpa

Non c’è dubbio, le elezioni midterm hanno diroccato la fortezza conservatrice di Washington, lasciando posto a una maggioranza «liberal». In attesa di vedere che cosa cambierà veramente proviamo a fare qualche serena considerazione.
La prima cosa da dire è che va escluso un abbandono dell’Irak da parte dell’America. Sì, è vero, gli americani si sono cacciati in un pantano rovinoso, come fu il Vietnam negli anni Settanta. Ne vennero fuori nel 1973, con molte perdite. Dovettero trattare con i vietcong, e l’abilità diplomatica di Kissinger non riuscì a evitare che il loro prestigio apparisse ammaccato.
Allora il fronte antiamericano in Oriente non era esteso quanto lo è oggi. Non c’è solo l’Irak di cui preoccuparsi, ci sono Afghanistan, Iran, Palestina, tutto il mondo islamico in sostanza. Ritirarsi ora, sotto la pressione del terrorismo significherebbe una sconfitta che avrebbe ripercussioni vaste nel mondo. Sarebbe, oltre tutto, la sconfitta dell’Occidente.
Ragioniamoci su. Che accadrebbe in Irak? Abbiamo davanti agli occhi quei milioni di iracheni che nel 2004 uscirono di casa e si misero in coda davanti ai seggi elettorali, sfidando le intimidazioni dei saddamiti. Non lo fecero certo per imposizione dei «marines». Fu una inattesa, meravigliosa prova di volontà di un popolo disgraziato che aveva deciso di liberarsi della dittatura di un satrapo sanguinario. Dire queste cose è la semplice fotografia della realtà.
Ancora. Non sarà solo Bush, il «comandante supremo» sconfitto, ad opporsi al ritiro delle truppe dall’Irak. Il terreno di scontro con i democratici non è la politica estera. Storicamente i democratici sono sempre stati interventisti, più dei repubblicani. È certo che su Irak, Afghanistan, sostegno ad Israele, lotta al terrorismo, c’è una intesa di fondo tra i due antagonisti. È stato detto giustamente che Bush non è stato sconfitto sul perché della guerra, ma sul come. Gli si rimprovera il modo in cui l’ha condotta. Da sempre c’è molto realismo nella politica yankee.
Questa vicenda americana dovrebbe insegnare qualcosa agli europei, e particolarmente a noi italiani. Il presidente battuto ha sorpreso per lo stile che ha saputo mostrare nel momento peggiore della sua governance. Ha onorato gli avversari con parole come queste: «Hanno fatto una buona campagna parlando dei temi che stanno a cuore alla gente e hanno vinto». Ha voluto subito incontrare i leader democratici, dicendo: «Repubblicani e democratici sono ugualmente patrioti». E ha provveduto subito, senza traumi, a fare un po’ di pulizia nel suo staff.
Non ci sarà idillio, intendiamoci, tra i due storici antagonisti. Ma questa lezione di fair play ha dato una dimensione morale alla vicenda. Certo, non sarà facile la convivenza. Nella politica americana non sono mai mancati colpi bassi senza misericordia. Gli Stati non si reggono con i paternostri, come disse Cosimo de’ Medici quando prese in mano Firenze. Erano i tempi degli splendori rinascimentali, ma circolavano personaggi scomodi, come Girolamo Savonarola per esempio.
La conclusione qual è? Non siamo certo, come ha scritto Barbara Spinelli sulla Stampa in uno dei suoi logorroici articoli, allo sbriciolamento dell’impero americano. L’America è tuttora un grande paese che può fare molto per il mondo. Lasciamo stare la retorica alla Dos Passos, che vedeva la sua America «dare tinta e direzione» al Ventesimo secolo, ma smettiamola anche con un antiamericanismo sciocco. Se c’è da rimproverare e criticare l’America per i suoi errori, facciamolo, ci mancherebbe che non lo facessimo, ma ragionando e non posseduti dal demone dell’ideologia.