Il reality non ha diritto alla privacy

Il romanzo di «Vallettopoli» è ormai già scritto, e in questo «ormai» sta la sua vera tristezza. Vadano i processi come dovranno andare, si condanni, si assolva pure, si faccia insomma quello che si vuole, ma c'è una tristezza che non potrà più essere cancellata, la tristezza delle cose che sono quello che sono, delle storie che nessun colpo di scena potrà più cambiare. Questo brutto romanzo - brutta la storia e brutto il modo in cui è stata raccontata - ha anche una morale, questa: da molto tempo l’Italia non è più il Paese libero nel quale la gran parte di noi si era illusa di vivere.
Con un’aggiunta del caso, suggerita dalle esperienze passate: quando una verità si svela, di norma non salva nessuno ma fa precipitare la situazione. Dunque, è probabile che, da oggi, l'Italia sarà un po’ meno libera di prima.
Non voglio parlare del vergognoso linciaggio (che è parte esso stesso di «Vallettopoli», poiché appartiene alla stessa cultura che ha generato quella brutta storia) di cui è stato fatto oggetto il direttore di questo giornale: un uomo che, simpatico o antipatico che sia, non obbliga i suoi collaboratori ad assumere posizioni contrarie alla loro coscienza. Le parole che seguono non mi sono state chieste da nessuno.
Ha ragione un altro uomo indubbiamente libero e pochissimo schierato, Riccardo Bonacina, quando, sul sito del settimanale Vita, dice come questo scandalo dimostri «quanto la marea di merda (sic), fatta da esibizione del lusso, utilitarismo dei rapporti affettivi e carnali, impasticcamenti e cocaine, serate a scambio con vallette e veline, rapporti tra i protagonisti della politica, della finanza, dello spettacolo, dello sport, del giornalismo e dei marciapiedi, sia montata in questi anni sino a diventare vero potere con tanto di professionisti ad esso dedicati. Un potere fine a se stesso e senza alcuna utilità pubblica».
Un mese fa, a Roma, in una giornata tiepida, passando davanti a Montecitorio vedo, davanti all’ingresso, un assembramento di persone abbastanza eccitate. Dico tra me: ci sarà la Tv, magari gli inviati de Le Iene. Mi avvicino, e con mia sorpresa scopro che non c'è nessuna telecamera, nessun microfono, niente di niente.
Mi allontano di qualche decina di passi, poi mi rimetto a guardare, e vedo qualcuno che esce dal palazzo e qualcun altro che si stacca dalla folla e gli si affianca, nel tipico atteggiamento dell’intervistatore pirata. La cosa si ripete più di una volta, e nemmeno una volta vedo niente che somigli a un microfono o a un registratore digitale.
Qualcuno addirittura chiede un autografo. Mi domando se ho sognato, ma so già che non è un sogno. Poi, seduto con un amico al bar Giolitti, che è a due passi, continuo a vedere la stessa scena ripetersi altre volte.
Il suo senso è evidente: la realtà si è trasformata in un reality show, nel quale tutti agiscono come se si trovassero in tv. Anche se non siamo in onda, dobbiamo cercare comunque di esserne degni in ogni momento: «ripeness is all».
Le conseguenze che questa cultura pantelevisiva ha, non dico sulla psicologia umana ma sulle stesse regole della vita civile, sono incalcolabili. Pensiamo soltanto alla distinzione tra «pubblico» e «privato», che sono, per tradizione, due precise aree di diritto. Ma la tv ha reso pubblico tutto ciò che non lo era, come un litigio di coppia, un paio di mutande o le opinioni politiche di un calciatore, e noi ci siamo talmente assuefatti a questa droga da non accorgerci nemmeno più degli insulti che la nostra dignità elementare deve subire quotidianamente.
Il fatto è che noi stessi ormai desideriamo quel genere d’insulti, che sono il prezzo che paghiamo (volentieri) per entrare nelle nuove regole della vita moderna, per essere qualcuno, per far parte dei giri che contano, per essere considerati come esistenti.
Non ha importanza che questi giri esistano, l’importante è che ci si creda, e se ci si crede prima o poi qualcuno più furbo ci penserà a trasformare la fantasia in realtà.
Quando qualcuno vien fuori col discorso della privacy bisogna fiutare l’imbroglio. La privacy è soltanto il nuovo nome di un privilegio di alcuni, una specie di riedizione garibaldina dell’immunità parlamentare o qualcosa di simile, ma che nessuno ci venga a dire che della privacy importa seriamente qualcosa a qualcuno.
Non solo della privacy non c’importa nulla, ma noi odiamo la privacy perché la privacy riduce l’area spaziotemporale di presidio del potere mediatico. Più tieni alla privacy e minore è la possibilità di accedere a un potere in cui il presenzialismo, l’occupazione degli spazi, la martellante imposizione della propria immagine sono elementi fondamentali.
È come nelle zone di spaccio: la polizia può fare la ronda, presidiare di tanto in tanto, mentre gli spacciatori ci sono sempre. Puoi mandarli via, ma loro tornano.
Come dicevo all’inizio, non trovo differenza essenziale tra lo scandalo di «Vallettopoli» e l’attacco di cui il direttore di questo quotidiano è stato fatto oggetto. Le regole usate solo contro qualcuno - reo di aver fatto tutti i nomi implicati nello scandalo anziché ometterne uno - fanno parte del disordine che fingono di combattere.
Luca Doninelli