La realtà dietro il polverone

Fra una settimana fingeremo tutti di tifare orgogliosamente per l’Italia. Riscopriremo persino un grande affetto per il tricolore, che casualmente soltanto l’altro giorno - 2 giugno, la madre di tutte le nostre feste civili - abbiamo regolarmente snobbato. Fingeremo sapendo di fingere. Tiferemo Italia convinti che una vittoria possa in qualche modo cancellare chi siamo e che cosa ci sta succedendo. Ma sarà inutile. In queste stesse settimane, la giustizia sportiva giocherà altre partite. E poco dopo la fine del Mondiale tedesco, presenterà il suo conto. Quale conto? Ce lo stiamo chiedendo ormai da più di un mese, da quando la trentennale impunità di un calcio marcio e spudorato ci è improvvisamente franata in testa. Ormai il vero referendum popolare si gioca su domande molto precise: la Juve in B o in C? Paga solo la Juve, o pagano anche altri?
Eccoci al punto. Dopo lo choc delle registrazioni e delle rivelazioni, il secondo passo di questa sporca storia è la guerra di posizione che si sta registrando sullo scacchiere bellico dell’inchiesta. All’inizio Moggi e Giraudo chiusi nell’angolo, praticamente spacciati. Quando la disfatta sembra inevitabile, però, Torino si gioca l’ultima carta che le resta: rompere l’isolamento, allargare il conflitto, trascinare più gente possibile nello scandalo. Già visto e già sentito, come teorema strategico: se passa l’idea che il calcio nel suo intero era una repubblica fondata sulle mafiette, sarà molto difficile condannare ciascuno secondo le proprie singole attività. Però attenzione, sarebbe il caso di non dimenticarlo mai: quando si fa giustizia, anche solo sportiva, sarebbe a questo che bisognerebbe tendere. A far pagare ciascuno secondo le proprie personali colpe.
Purtroppo, dall’aria che tira, questo elementare principio non sembra più interessare a nessuno. Da qualche giorno è in atto una furibonda guerra tra fazioni, sulle orme di un costume nazionale tragicamente radicato, che serve solo a sollevare polvere, a creare incertezza, a confondere le idee. Magari soprattutto a Borrelli, chiamato a tirare le prime conclusioni...
Ci fosse anche il Milan, sarebbe perfetto. Diciamolo senza giri di parole: ci fosse anche il Milan, mancherebbe davvero soltanto l’Inter, che però tutti sanno non avrebbe vinto neppure designando direttamente la formazione avversaria. E se ci fosse anche il Milan, allora davvero si potrebbe arrivare alla più amara - ma anche alla più leggera - delle conclusioni: funzionava tutto così, l’intero sistema era decomposto, non si salvava nessuno. Il passo successivo? Abbastanza inevitabile: non potendo sbattere un intero campionato di serie A in serie C, basterebbe forse punire qualche singolo malfattore, riscrivere qualche regola, e ripartire da capo. Altrimenti cosa fai, l’Hiroshima del calcio italiano?
Sì, ci fosse anche il Milan sarebbe perfetto. E guarda caso negli ultimi giorni è proprio sul Milan che la macchina da guerra della grande informazione ha puntato i cannoni. La Juve sta sfumando, il Milan sta emergendo. Magari sono tutti quanti in sacrosanta buonafede, ma siccome qui in Italia siamo anche tutti uomini di mondo, nessuno può nascondersi che se questo giornale è della famiglia Berlusconi, La Stampa, il Corriere della Sera, la Gazzetta dello Sport sono della Grande famiglia piemontese. Sia chiaro: soltanto un idiota può trovare scandalose queste appartenenze. Non c’è proprio nulla di scandaloso. L’importante è conoscere bene la realtà. Soprattutto, con qualche sforzo, capirla.
Allora tutto può diventare un poco più semplice. Appunto, ci si capisce: nella grande famiglia torinese, quanto meno, non avranno il cuore straziato scegliendo di titolare «C’è anche il sistema Milan». Così come non si faranno molti scrupoli nel titolare «Galliani interrogato» la notizia dell’incontro tra il dirigente milanista e il commissario della federazione, Guido Rossi (quest’oggi). Come si dice, guerra è guerra. E in certe guerre non si fanno prigionieri.
Ci sono però alcuni elementi, oggettivi e innegabili, che nessuna campagna pro o contro può minimamente intaccare. Tanto meno nei ragionamenti di Borrelli. Uno, su tutti. Vogliamo provare a riassumerlo, anche sommariamente? Per una corretta valutazione della materia: il presunto sistema Moggi comandava direttamente tramite il suo direttore generale - e forse qualche altro dirigente - i due designatori arbitrali, diversi arbitri (persino il numero uno, destinato ai Mondiali), nonché quasi quattrocento tra giocatori, allenatori e dirigenti, attraverso la società dei cocchi di mamma, e anche attraverso le aderenze nel mondo bancario. Il presunto sistema Milan, da parte sua, contava su un accompagnatore che si lavorava qualche guardalinee e un paio di arbitri della serie C.
Questo, al momento, è possibile leggere sotto la nube tossica della guerra tra bande. Poi, dobbiamo scegliere. Se vogliamo dire che era tutto un magna-magna e che tutti erano dentro fino al collo, facciamo pure. Come dicono a Bologna, basta tirare lo sciacquone e ripartire da capo. Ma se vogliamo salvare una parvenza di civiltà, e anche un minimo di dignità, sarebbe il caso di aggrapparci ancora a un antico e fondamentale principio, proprio quello che stiamo cercando di seppellire: ciascuno dev’essere chiamato a rispondere delle colpe proprie. Lo diceva persino un brav’uomo duemila anni fa, infatti l’abbiamo crocefisso.