La realtà si può vedere solo da un buco della serratura

“Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male”, diceva il grande Eduardo De Filippo. Una nuova edizione dell’”Arte della commedia”, in scena a Roma fino al 12 febbraio, riesce a cogliere il succo della questione <br />

Svilito dalla televisione, e alla fine persino soppresso da ogni suo palinsesto. Sminuzzato nelle gag di mille comici tutte uguali e banali. Frantumato e ricomposto nella grande fiction cinematografica, che ne tradisce il gusto e i sapori artigianali. Merita di finire in miseria, il teatro? Eppure questo è lo stato dell’arte, tanto preoccupante da rendere inutili gli esempi elitari – pure non mancano – a prova della sua vitalità. Teatro è vita, si dice: ma perché lo sia, e continui a esserlo, dovrebbe conservarsi spettacolo di popolo e non di nicchia. Così invece parlano i botteghini, le tante sale semivuote, le rappresentazioni di scontato sperimentalismo, i nuovi testi non all’altezza della tradizione. E la scarsa, scarsissima considerazione al teatro riservata dal potere, che talora finisce per sovvenzionare – quasi mosso a compassione – con pochi spiccioli spettacoli, stabili e progettualità spesso neppure commendevoli.

“Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male”, diceva in un’intervista il grande Eduardo De Filippo, ultimo dei maestri della drammaturgia italiana contemporanea. Difficile riassumere in maniera altrettanto efficace l’”arte della commedia” ovvero ciò che per il nostro Paese di teatranti è sempre stata Commedia dell’arte. Quando Eduardo aveva portato fino in fondo il pensiero sull’essenza del proprio lavoro erano gli anni Cinquanta. Con la premonizione del genio, nel 1964, riuscì a tuffarsi all’interno del problema-teatro con una commedia in due atti e un prologo, pièce diversa da tutte le altre. “Strana”, la definì magicamente il maggiore dei De Filippo. 

Era appunto l’”Arte della Commedia”, opera attuale anche oggi, cui non manca spessore e profondità che si direbbero pirandelliani, se non fosse per la differenza dell’habitus creativo dei due: puro tessuto filosofico per il Girgentino, fine tessuto recitativo il Napoletano. Riproporre oggi una riflessione così piena e intellegibile (dunque intellettuale nel vero senso della parola) sul teatro, e sul suo rapporto con l’Autorità e il Potere, non era facile: ma va dato atto alla Compagnia Attori & Tecnici, in scena al teatro Vittoria di Roma fino al 12 febbraio, di essere riusciti in un piccolo miracolo. Aver realizzato un’edizione della commedia eduardiana godibile e divertente, con attori che non rifanno il verso alle edizioni storiche, ma cercano una propria via fondata sul mestiere saldo e sul lavoro sodo. La missione è compiuta, si può dire, perché lo spettacolo regge da sé. Tanto che mai torna in mente il raffronto con Eduardo e i suoi silenzi esplicativi, quando l’eccellente protagonista Stefano Altieri recita il prologo e le lunghe dissertazioni così meditate e cesellate da spezzare fin da subito i ritmi sincopati del contemporaneo “pensiero debole”. Talmente debole dall’essere ormai insostenibile.

E invece di agile profondità c’è bisogno, e la commedia in scena a Roma dà un felice esempio di come sia possibile l’equilibrio tra tempi teatrali e tempi moderni (grazie anche alla scenografia elegantemente essenziale di Alessandro Chiti). Bravi gli attori, con una menzione particolare per l’immarcescibile Renato Scarpa, la convincente Annalisa Favetti, i rodati Carlo Lizzani, Roberto Della Casa e Massimiliano Franciosa. Sorprendente debutto da “dieci e lode” per una ex firma del Giornale, in prestito (chissà se definitivo, vista la multiforme vitalità) al teatro: Michele Lella. 

La trama, per sommi capi, narra di un povero capocomico di una piccola compagnia che ha perduto il proprio capannone per un incendio. Va a chiedere aiuto al prefetto del capoluogo di provincia, appena insediato. Viene ricevuto, ma la discussione tra i due – una riflessione sul teatro e la sua funzione sociale - presto si dimostra un dialogo tra sordi. Spazientito, il prefetto offre al capocomico l’”elemosina” di un foglio di via, che il capocomico ritiene offensivo. Piuttosto la Pubblica Autorità partecipi in veste di ospite d’onore alla rappresentazione teatrale, così da attirare il pubblico cittadino, e consentire che con gli incassi la compagnia si aiuti da sé. La controfferta irrita il prefetto, che licenzia l’ospite sbrigativamente. Ma il foglio di via che gli viene messo in mano sgarbatamente è, per errore, la lista delle persone che hanno chiesto udienza in giornata. L’attore coglie l’attimo per una sfida al potere: riuscirà a comprendere se le persone in udienza saranno vere, e quali degli attori travestiti? Solo dal “buco della serratura” di un palcoscenico, la poesia riscatta la realtà e si possono capire le miserie e le sofferenze umane. Sfila così la commedia della vita, i personaggi del paese con le loro storie. Il prefetto, assillato dal dubbio, vorrebbe sapere la verità. Ma neppure alla fine il capocomico vorrà svelare il segreto: non è importante, quella messa in scena è vita vera, e persino il carabiniere invocato dal prefetto per arrestarlo potrebbe essere figurante di teatro.

Riflessione di poetica e di etica, squisitamente politica, di nervatura pirandelliana e non lontana dalla satira russa, la commedia di Eduardo si riferisce al dibattito negli anni Cinquanta e Sessanta sui primi teatri stabili, e in particolare al rischio che l’intervento e la protezione del potere potessero coincidere con l'asservimento del teatro all’autorità costituita. Tema e svolgimento che hanno ben retto all’incuria del tempo. Tali da provocare, alle prime rappresentazioni tenute al teatro San Ferdinando di Napoli nel 1965, la folgorante identificazione tra immaginazione scenica e realtà. Lo raccontò lo stesso Eduardo, in un’intervista poco prima della morte: "Le autorità locali (anche qui incarnate dal prefetto) si erano arrabbiate terribilmente e volevano farmi causa per oltraggio allo Stato. Ma un amico del prefetto, un nobile napoletano, il conte Gaetano disse a quest'ultimo: è meglio che tu non lo faccia, lo sai che Eduardo De Filippo ha un certo peso nella società. Il tuo proposito, piuttosto, ti nuocerebbe, perché, in questo modo, daresti alla commedia un peso maggiore di quello che merita. Finiamola con questa sceneggiata… Organizzò un banchetto al quale invitò sia me che il prefetto. Noi ci mettemmo a parlare e io lo convinsi, proprio come sta scritto nella mia commedia…".