Reati contabili, sospetti su Rutelli

L’emendamento sulla prescrizione era già stato presentato il 30 ottobre alla Camera da un altro deputato vicino al vicepremier: che però smentisce e minaccia querele. Nella maggioranza parte la caccia al mandante del "comma 1343", rinnegato da tutti.

Roma - Si frequentano. Gomito a gomito: stessi tavoli, stessi parquet, stesse sale ridondanti. Sono sotto gli occhi di tutti, come nei migliori gialli di Agata Christie. Sono i colpevoli del 1343: il Mandante e la Manina. Eppure Romano Prodi ha dapprima sostenuto che il comma 1343 infilato a tradimento della Finanziaria (ora cancellato), sia stato un mero «errore». Ieri però il premier ha chiaramente fatto intendere che il cerchio va chiuso: «Anch’io sto cercando con cura il mandante».
Come avrebbe fatto Hercule Poirot, principe degli investigatori della Christie? Avrebbe ancora una volta dipanato il filo degli avvenimenti, così che «maggiordomo» e «mandante» saltassero con evidenza anche all’occhio più disattento.
Prima tappa: il movente. Poirot avrebbe cominciato borbottando, nel suo inconfondibile accento francese: «Ehm, vediamo... Cui prodest?». La norma avrebbe sollevato da pendenze contabili una miriade di amministratori pubblici. In prevalenza, sindaci. Dunque una manna caduta dal cielo a beneficio di tanti. Tanti interessati, colpa suddivisa; tanti colpevoli, nessun colpevole. Come in «Assassinio sull’Orient Express», ci si trova di fronte a una pletora di interessi coincidenti. Chi ha però impresso il «moto» deve essere per forza di cose un uomo molto potente e capace di far «pesare» parecchio la propria influenza. Dunque, siede al governo. Presumibilmente, ha una cognizione diretta dei problemi dei sindaci ed è disposto a farsene carico in quanto, suggerirebbe l’intuito a Poirot, è stato anche lui «vittima» della Corte dei conti. L’identikit del nostro investigatore cala a pennello su un ex sindaco importante, di un partito che esprime da decenni la classe dirigente negli enti locali. Al governo non ce ne sono tanti. Anzi ce n’è solo uno. Monsieur Rutellì! (ma il vicepremier smentisce e minaccia querele), cogiterebbe Poirot. «Supposizione, semplice supposizione, per ora niente di più», aggiungerebbe.

Seconda tappa: i fatti. «I fatti parlano da sé, basta saperli vedere e non farsi fuorviare dalle apparenze», suole ripetere Poirot. E difatti: la prima proposta di emendamento alla Finanziaria «in tema di prescrizione dell’azione di responsabilità amministrativa» non è del senatore Fuda. Sorpresa: risale al 30 ottobre 2006, presentata in commissione Bilancio della Camera da Emilio Delbono. Chi è questo Carneade? Un deputato bresciano di 41 anni, già consulente legale per la Confederazione delle coop bianche, nella Dc fin da quando aveva calzoni corti, ora nell’Ulivo, vicino a Castagnetti, a Bobba e alle Acli. Secondo prassi ai peone si comunica: «Onorevole, abbiamo firmato alcuni emendamenti per lei...». È possibile che sia andata così, che l’emendamento rubricato con il numero 80.0.19 (atti Camera, commissione V) sia stato soltanto «commissionato» a Delbono. Il primo comma dell’articolo proposto in aggiunta all’art.80 della Finanziaria recita: «Al comma 2... le parole: “si è verificato il fatto dannoso” sono sostituite dalle seguenti: “è stata realizzata la condotta produttiva di danno”». La coincidenza con il comma 1343, il «famigerato Fuda», ha dell’incredibile. Un ingenuo ne dedurrebbe che la paternità del comma 1343 vada a Delbono e non a Fuda. Non Poirot, cui la circostanza suggerisce piuttosto una serie di indizi. Primo: che la norma la si voleva inserire già da tempo e non è stata un’idea repentina di un Fuda qualunque (con tutto il rispetto). Secondo: che nasce alla Camera e non al Senato. Terzo: che nasce ancora una volta in ambiente Margherita. Tre indizi fanno una prova? Forse, ma non per Poirot.
Terza tappa: i passi falsi. L’errore è dietro l’angolo. Le cose non girano mai come dovrebbero. Alla Camera l’emendamento Delbono non passa. Si riprova in Senato, dove il dielle più alto in grado nell’Ulivo è Luigi Zanda. Zanda è ben introdotto in tutti gli ambienti che contano, dalla Lanzillotta (ministro della Funzione pubblica) a Rutelli (vicepremier, ministro dei Beni culturali ed ex sindaco di Roma per dieci anni). Passa per rutelliano di ferro, anche se le comunicazioni tra i due attraversano ogni tanto inspiegabili black-out. Conosce Fuda, i due ammettono di aver parlato del problema degli amministratori pubblici e di averlo condiviso. Tanto che la prima versione del comma 1343, presentata in data 8 dicembre da Fuda, reca la firma di Zanda al secondo posto. Seguono le firme di Sinisi, Bruno, Boccia, Ladu e Iovene (tutte le componenti della Margherita, tranne i parisiani, più l’avallo di Iovene dei ds). I commi sono quattro. Si sa che nel governo sono in molti a non gradire, si cercano nuovi adepti. Zanda davanti a testimoni sconfessa il coordinatore degli emendamenti dielle, Luigi Lusi, «reo» di non avere «gli attributi per spingerla», e lo costringe a passargli la pratica: «Al tavolo mi siedo io». L’11 dicembre viene presentata una versione ridotta all’osso, due soli commi (rubricata come num.18.2032), firmata da Fuda, Sinisi, Bruno, Lusi, Ladu, Villecco Calipari, Iovene e - sorpresa - Formisano. Aniello Formisano, capogruppo dipietrista, si pente subito. O, meglio, quando l’emendamento diventa un «caso» nazionale, e Di Pietro per primo dice di voler scovare la «manina». È talmente pentito da esprimere ai quattro venti la sua sete di verità. «Scoverò chi l’ha infilata», minaccia. Con la stessa veemenza ieri ha negato di aver firmato il documento (che risulta agli atti della commissione Bilancio del Senato). «Canta il gallo che ha fatto l’uovo», sorriderebbe Poirot.
Quarta tappa: la dinamica. Chi tende trappole spesso vi casca dentro (cfr. anche «Delitto perfetto» di Alfred Hitchcock). L’emendamento, sia pure in versione ridotta, non passa alla «cabina di regia» del pomeriggio dell’11 dicembre. Zanda informa la Finocchiaro e Fuda. Alle otto di mattina del 12 dicembre, Zanda incontra Fuda in Senato (Fuda nega): la versione finale del comma, iper-ridotta, viene predisposta da un funzionario esecutivo dell’ufficio legislativo del gruppo. Il foglio con il testo verrà inserito nella cartellina degli emendamenti da tradurre su di un «file» per il ministero. Rush finale: in via XX settembre, pomeriggio del 13 dicembre. Alla riunione partecipano in quattro. Devono decidere che cosa inserire nel «maxiemendamento»: compito per il quale il capo di gabinetto del Tesoro, De Ioanna, può esprimere soltanto compatibilità «tecnica» e il parlamentare Morgando, relatore del testo, non può esporsi più di tanto. Il «sì» o il «no» di ultima istanza è una scelta politica, e spetta ai rappresentanti del governo. Ci sono due sottosegretari: Nicola Sartor, «tecnico» prodiano chiamato apposta per la Finanziaria, e Giampaolo D’Andrea. Inutile dirlo: Margherita di rito mariniano, ripescato al governo dopo essere stato bocciato dagli elettori.
Chi ha pronunciato il fatidico «sì»? Per conto di chi? «Il catalogo è questo - avrebbe celiato amabilmente l’investigatore Poirot a questo punto -... Les jeux sont faits!, Monsieur Prodì. Ora fate il vostro gioco, individuate il colpevole».