«Reazione sorprendente Pechino dovrebbe pensare a rispettare i diritti umani»

Roma - «Mi colpisce l’atteggiamento di rimprovero da parte dell’ambasciatore cinese. Una reazione che sorprende pensando a come hanno sempre reagito a Pechino ogni volta che hanno ricevuto un garbato richiamo al rispetto dei diritti umani in un paese dove si eseguono 1.700 condanne a morte all’anno».
L’ex ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu di Forza Italia, non ha dubbi: nessuna integrazione è possibile senza il rispetto reciproco. L’ambasciatore di Pechino a Roma, Dong Jinyi, dopo la rivolta della Chinatown di Milano ha lanciato una sorta di avvertimento al governo italiano. «Se il comune adotta delle regole soltanto per cacciare i cinesi o per limitare le loro attività - dice Dong Jinyi - sarebbe un problema anche per la politica del governo italiano che adesso dà il benvenuto agli investimenti cinesi». Parole che suonano inevitabilmente come una minaccia se non addirittura come un ricatto. Oggi l’Unione europea è il primo partner commerciale della Cina e vedere messi a rischio una mole enorme di scambi commerciali per evitare la pedonalizzazione di via Sarpi appare quanto meno un paradosso.
Prima la richiesta di spiegazioni da parte di Pechino e adesso le dichiarazioni dell’ambasciatore. Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema dice che non si può parlare di interferenza da parte della Cina. Anche lei la pensa così, senatore?
«La mia impressione è che sia sfuggita qualche parola di troppo. Probabilmente ci sarà stato un malinteso. Comunque l’ambasciatore sa bene che non può esercitare alcuna interferenza sugli affari interni anche se ha titolo per rappresentare le esigenze e le problematiche dei cittadini cinesi presenti in Italia».
Però dire che se non si va incontro alle richieste della comunità cinese potrebbero esserci delle conseguenze nei rapporti commerciali suona come un’interferenza negli affari interni. O no?
«Ripeto che secondo me si tratta di un malinteso. L’ambasciatore non può in nessun caso invocare particolari riguardi nei confronti dei cinesi al di fuori delle leggi e delle norme comunali che regolano il traffico e gli orari di carico e scarico mentre dovrebbe avere maggiori riguardi per i problemi di sicurezza e ordine pubblico creati da un’immigrazione clandestina, spesso controllata da spietate organizzazioni criminali, che gestiscono i migranti dai luoghi di partenza a quelli di arrivo».
L’ambasciatore accusa di eccesso di severità i poliziotti italiani.
«Le critiche sono assolutamente da respingere anche perché la manifestazione era evidentemente programmata e ho paura che fosse stata programmata pure la provocazione. Su un punto occorre esser chiarissimi: gli immigrati da qualsiasi parte provengano devono rispettare le nostre leggi ed i nostri ordinamenti. Noi dobbiamo esigere questo rispetto perché è il punto fondamentale senza il quale nessuna integrazione è possibile. Se non condividono le nostre leggi se ne tornino a casa».
Quale è il primo passo da fare?
«Credo nella prevenzione dunque da ora in poi occorre evitare assolutamente la nascita di altre Chinatown come quelle di Milano o di Prato. Occorre dire no ai ghetti di immigrati e promuovere invece un’integrazione diffusa».
Che avrebbe fatto se fosse stato al governo?
«Prima di tutto avrei accertato i fatti confrontandomi con il sindaco e le forze dell’ordine. Poi avrei agito con prudenza ma pure con fermezza intervenendo sulla comunità cinese esigendo il rispetto delle regole. Eviterei comunque da parte di tutti giudizi affrettati scegliendo la via del dialogo ma chiarendo che premessa indispensabile per il dialogo è il rispetto reciproco e l’accettazione incondizionata delle leggi vigenti».