Rebecca acquista una «C» e tanta ironia

Giovanni Antonucci e Sante Stern rileggono con intelligente umorismo il celebre romanzo «Rebecca, la prima moglie» di Du Maurier

Laura Novelli

Chi abbia letto il romanzo Rebecca, la prima moglie di Daphne du Maurier (’38) o visto l’omonimo film di Hitchcock (la prima pellicola hollywoodiana del grande regista, che gli valse due Oscar e una sfilza di nomination), si prepari a riderne su con bonaria ironia. Perché quanto ne hanno fatto Giovanni Antonucci e Sante Stern nella loro libera rielaborazione, intitolata RebecCa, la mia prima moglie e di scena in questi giorni al teatro Anfitrione per la regia di Sergio Ammirata (anche gustoso interprete), è proprio una scorpacciata di comicità e leggerezza che usa le pietanze base del genere gotico e del thriller psicologico per stravolgerne completamente il sapore. Tanto che la trama noir del precedete letterario e cinematografico diventa qui un divertissement molto teatrale (per non dire addirittura «metateatrale») dove il linguaggio, le marcature grottesche della recitazione e l’intarsio corale dei personaggi giocano un ruolo di primo piano. Basti vedere con quale felice disinvoltura Ammirata e Patrizia Parisi si calano nei ruoli: lui è Max de Winter, un Lord inglese vedovo e «tristanzuolo» che deve fare i conti col passato e con un gravoso, malcelato segreto; lei è la sua giovane seconda moglie, una ragazza ingenua e sempliciotta incontrata casualmente a Montecarlo e subentrata alla ben più raffinata Rebecca, prima consorte dell’uomo morta annegata - probabilmente suicida - qualche tempo addietro. Ed è proprio dall’arrivo dei neo-sposi nel cupo castello di Manderley, ricca tenuta di Max infestata di fantasmi e misteriose presenze (la stessa Rebecca, rediviva, mostrerà la sua vera natura di donna dissoluta e priva di scrupoli), che prendono avvio i fatti. A tenerne le fila ci pensa il maggiordomo Eugenio (l’ottimo Gianfranco Guerra): voce interna e insieme esterna alla storia che, con arguta saggezza, commenta quanto avviene in scena e racconta - proprio come fosse un servo-demiurgo della commedia classica - ciò che invece gli spettatori non possono vedere. Un fatto è certo: se l’intero gruppo di servitori e alcune figure di contorno (come la spumeggiante sorella di Max interpretata da Vera Beth) evocano caricature tutto sommato positive e rassicuranti (con accenti fumettistici che ricordano Frankenstein junior di Mel Brooks), non lo stesso vale per la temibile governante miss Danvers, figura mortifera che, ancora legata da profonda dedizione alla defunta padrona, cercherà in ogni modo di rendere la vita difficile alla nuova signora e tenterà persino di ucciderla. Scatenando, anche qui, risate e divertimento. Malgrado, infatti, gli elementi del fantasy misterioso e tenebroso ci siano tutti, agli attori spetta farsene carico mettendo in campo una buona dose di umorismo e di autoironia. Come se fossero pedine consapevoli di un meccanismo comico che li spinge su registri buffoneschi «costringendoli» a stare sempre in bilico tra la suspense del giallo che via via si dipana e la necessità di contrastarla attraverso battute, pasticci linguistici, riferimenti all’oggi, richiami espliciti alla finzione teatrale e - tanto più - al romanzo della du Maurier e al film di Hitchcock (se ne citano persino i due interpreti principali, Laurence Olivier e Joan Fontaine).
Il tutto senza mai scadere, però, nella volgarità e nell’umorismo corrivo così in voga ai giorni nostri. Anzi, sostenuta da un linguaggio colto (anche nelle sue declinazioni più popolari e gergali), questa commedia agrodolce ci aiuta a riflettere sui trabocchetti del destino (basti considerare la sequela di colpi di scena che portano all’happy end) e sulla nebbiosa ambiguità delle apparenze.
Repliche fino al 12 marzo. Informazioni: 06/5783116.