Il rebus delle riforme

Al referendum costituzionale del giugno 2006 è uscita sconfitta una prospettiva riformatrice per le nostre istituzioni. Oggi, ragionare ancora di riforme dell'assetto costituzionale rischia di sembrare un esercizio di maniera, uno di quei minuetti di cui tutti conoscono l'inutilità sostanziale, ma al quale nessuno rinuncia, perché il dibattito tra i partiti si nutre anche di questo. Eppure, mentre un po' stancamente si discute, la realtà economica e sociale del Paese esibisce i suoi rinnovati problemi a chi li vuol vedere.
Facciamo qualche esempio, per capire di cosa soprattutto si tratta.
Se un'impresa medio-grande, che opera su tutto il territorio nazionale, deve avviare una pratica amministrativa presso diverse autorità, situate in Regioni diverse, è opportuno che debba confrontarsi con normative diverse in ciascuna di queste Regioni? Verosimilmente no, perché regole diverse richiedono approcci differenziati, quindi tempi maggiori e costi più alti. L'attività imprenditoriale sembra preferire l'uniformità delle regole, quanto meno di quelle da cui dipende direttamente la sua attività. Se si chiede a un'organizzazione imprenditoriale quanto abbia apprezzato il federalismo legislativo introdotto dalla riforma ulivista del 2001, che consente alle diverse Regioni di regolare con una certa autonomia vari settori che interessano le attività economico-produttive, essa risponderà che ne avrebbe fatto volentieri a meno. La speditezza delle attività economico-produttive, apparentemente, richiede centralizzazione, cioè una scelta legislativa fatta dal centro e applicabile dappertutto.
Accogliere una prospettiva di questo genere implicherebbe impostare nuove modifiche all'assetto costituzionale dei rapporti tra Stato e Regioni, tornando a revisionare, questa volta in senso centralizzatore, il titolo V della Costituzione.
Ma proviamo ad osservare lo stesso problema da un'altra prospettiva. Se la Regione Lombardia, patria delle attività produttive, desidera creare sul suo territorio un contesto particolarmente favorevole alla nascita di nuove imprese, semplificando e sveltendo le regole burocratiche che valgono per le altre parti del territorio nazionale, fa opera positiva dal punto di vista delle attività economiche? Sembra proprio di sì, perché rende particolarmente competitivo il territorio lombardo, attirando nuovi investimenti italiani e stranieri, innescando oltretutto meccanismi emulativi in altre Regioni.
Altro esempio. Per caratteristiche morfologiche e climatiche, la pianura padana è particolarmente afflitta dall'inquinamento atmosferico. E se la Regione Lombardia, magari in collaborazione con altre Regioni vicine, chiede di poter decidere autonomamente le regole per combatterlo, fissando ad esempio limiti specifici o vietando la vendita dei veicoli inquinanti, si è in presenza di un intervento positivo per la salute dei cittadini, quanto meno di quelli che vivono in Lombardia. Certo, le regole lombarde sarebbero a questo punto diverse da quelle vigenti in altre Regioni, ma ciò troverebbe giustificazione nelle peculiarità climatiche del territorio lombardo.
Questi due ultimi esempi non sono solo teorici. Proprio la Regione Lombardia, insieme ad altre, ha di recente chiesto di avviare le procedure per ottenere il riconoscimento di poteri speciali in alcuni settori, alla luce di una possibilità che la Costituzione vigente prevede espressamente. Accogliere questa seconda prospettiva significherebbe muoversi in una direzione molto diversa da quella ricordata prima: non verso una revisione costituzionale centralizzatrice, ma verso un'attuazione della Costituzione vigente nel senso del federalismo «asimmetrico» o differenziato, ove alcune Regioni sono dotate di competenze specifiche in settori in cui eccellono o hanno oggettivamente necessità particolari.
Sono due prospettive conciliabili? La risposta non è facile. Entrambe hanno frecce al loro arco, entrambe si fondano su buone ragioni. Decidere se privilegiare una delle due o se provare a farle convivere è la sfida dei prossimi mesi.