Il rebus dello stato di guerra

I sondaggi mostrano che in tutto l'Occidente, con un imbarazzante picco statistico in Italia, vi è una confusione enorme al riguardo di quale guerra sia in corso, e se. Per l'angolatura con cui studio la materia - la difesa della fiducia economica - questa situazione di ambiguità è preoccupante. La mancanza di una lettura condivisa della realtà impedisce il consenso necessario per attivare le giuste contromisure e ciò aumenta la vulnerabilità di fronte al caso peggiore. Penso che una lettura condivisa possa essere favorita da analisi scientifiche - cioè sottoponibili al controllo dei fatti - e danneggiata da quelle ideologiche. Con questo in mente provo a sintetizzarvi lo stato della guerra.
Il piano originario di Al Qaida, avviato nel 1993, era quello di riunire l'Islam in unico califfato, consolidarlo come potenza globale e poi procedere gradualmente per l'islamizzazione del pianeta. Tre direttrici di attacco: 1) dimostrare agli Usa che il prezzo per difendere i regimi islamici moderati è insostenibile; 2) predisporre rivoluzioni fondamentaliste nei Paesi islamici; 3) impiantare cellule in tutte le nazioni. Si tratta di una guerra evolutiva di penetrazione - questa la novità e non l'uso del terrorismo - senza tempi e modi predeterminati, adattiva. Il ricorso al terrorismo serve ad eccitare i militanti per aumentarli. E a rendersi credibili nei confronti dei minacciati per poi ricattarli. Tale piano è stato perseguito alla lettera fino al 2001: conquista talebana dell'Afghanistan (1996), santuari in Pakistan, Sudan, ecc., accreditamento di Al Qaida come gruppo leader della Jihad, diffusione di cellule dovunque. La reazione americana dal 2001 in poi ha messo in seria difficoltà tale piano: interdizione di territori amici, contrasto globale e marcatura stretta della rete, rafforzamento dei regimi islamici moderati. La sfida in Irak, poi, ha costretto Al Qaida a combattere apertamente usurando le proprie risorse e svelando i suoi potenziali. Ora il nemico ha adattato il piano a queste nuove circostanze. Ha messo in priorità la ricerca di capacità nucleari e biochimiche. La dimostrazione di averle permetterà di dissuadere gli occidentali e quindi di iniziare a prendere territori, evitando una controreazione che glielo impedirebbe. Nel frattempo dovrà preservare la rete operativa globale e la credibilità. Il primo requisito implica una minima intensità e frequenza degli attentati. Il secondo impone il massimo effetto simbolico. Madrid e Londra sono frutto della combinazione dei due criteri. E la strategia sta avendo successo: aumentano i reclutamenti di cellule che si pongono in relazione di franchising con Al Qaida. La sua centrale, ormai minuscola ed impedita perché braccata, si limita ad inviare messaggi, istruttori, concentrandosi sul reperimento di risorse strategiche. Tale configurazione sta creando una rete jihadista a centrali multiple. Per questo la scala del piano iniziale si sta frammentando, ed è una buona notizia. Ma la brutta è che potrebbero aumentare gli attentati (convenzionali) spontanei. E che il residuo di Al Qaida acceleri il colpo nucleare per mantenere il comando e la coesione della rete. Se così, quali logiche di difesa sono più efficaci? Irak a parte, la priorità è quella di eliminare chi cerca la bomba, cosa che richiede la formazione di un gruppo formidabile, quindi euroamericano (Nato), di truppe speciali ed intelligence. La seconda priorità è quella di infiltrare le cellule, unico modo per tentarne il controllo, cosa che richiede leggi speciali nazionali ed una centrale di polizia globale. La terza è quella di blindare i bersagli, ma serve solo ad alzare il costo per gli attentatori, non ad evitare un colpo. Paradossalmente, si sta investendo tantissimo sulla terza che è la meno utile, poco sulla seconda e quasi niente sulla prima. Perché? Non c'è il consenso sufficiente nelle nazioni europee e nella Ue per generare iniziative di «stato di guerra» adeguate allo scenario reale. Fino a che non risolveremo questo problema resteremo vulnerabili, la fiducia globale a rischio gravissimo, pur battibile il nemico.
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