Recalcati si arrende La parabola triste del ct temporeggiatore

L’ERRORE Doveva capire prima che il suo ciclo era finito. Adesso in pochi ne ricorderanno i successi

Dopo sette anni Carlo Recalcati, milanese, classe 1945, segno della vergine, grande giocatore, pilota per tre scudetti in tre squadre diverse (Varese, Fortitudo Bologna, Mens Sana Siena) non è più l’allenatore della squadra nazionale di basket che nel 2001 ereditò da Boscia Tanjevic, cacciato senza tanti scrupoli da chi oggi piange per Carlo il temporeggiatore.
Divorzio all’italiana, si potrebbe dire, anche se Dino Meneghin, il presidente federale di oggi, non sembra proprio il Fefè Cefalù di Agramente. Certo, per arrivare alla separazione c’è voluto molto tempo, qualche inganno, una chiacchierata prolungata fra avvocati delle parti, prima di lasciarsi senza sorrisi, con una transazione del compenso base (512mila euro). Ci aveva già provato Fausto Maifredi a congedare l’allenatore che nel 2003 gli diede una insperata medaglia di bronzo europea in Svezia e che, l’anno dopo, giocò addirittura la finale olimpica, perdendola contro l’Argentina. Non lo voleva più dopo i brutti europei in Serbia del 2005, il 9° posto mondiale in Giappone, la frana totale all’europeo spagnolo del 2007, quello dove ci si presentava con i ragazzi Nba Bargnani e Belinelli, quelli della grande illusione e della vera amarezza.
Maifredi perse il suo scettro e chi sosteneva Recalcati pensava di aver vinto la battaglia, ma dopo la mancata qualificazione all’ultimo europeo in Polonia le cose sono precipitate e Dino Meneghin, appena eletto presidente, si è trovato nella grande trappola. Gli rinnovò il contratto nella speranza che potesse vincere il girone di recupero per l’Europeo. Niente, un disastro, ma ormai era crisi di rapporti. Meneghin aspettava le dimissioni spontanee, perché questo, dicono, sussurrano, sembrava l’accordo segreto. Non è accaduto e le due parti hanno motivi per credere che sia stato l’altro a tradire.
Per il divorzio tutti i trucchi, anche se il presidente federale non sembra avere ancora un nuovo amore come nel film di Germi. La cosa strana, triste, è che un allenatore che avrebbe meritato di uscire fra gli applausi se ne debba andare quasi di nascosto, la cosa dolorosa è che non sia stato lui a chiamarsi fuori dopo aver visto la Nazionale sbriciolarsi nelle sue mani, incapace di sentirlo, insensibile a qualsiasi richiamo.
Era finito tutto e un grande allenatore doveva capirlo. Non lo ha fatto e per questo adesso siamo qui davanti a margherite di novembre senza sapere se Meneghin e il suo consiglio federale, quello dove in molti ancora tramano per metterlo in difficoltà, hanno un vero candidato. La logica direbbe che Simone Pianigiani, campione d’Italia da 3 anni consecutivi con Siena, dovrebbe essere il successore per trovare una qualificazione europea agli europei del 2011, ma la cosa, stranamente, sembra difficile, perché il presidente del Coni non vuole (?!) trattative con la società che pure ha sotto contratto il più bravo di tutti, con il club che in Europa ci rappresenta meglio.
Da fuori, quelli che facendo cadere Maifredi speravano di rientrare dalla solita finestra, bussano, inascoltati, per una successione dinastica con Pino Sacripanti, pur sapendo che non sarebbe una scelta convincente. Non volendo essere logici allora uno sguardo oltre il ponte, pensando magari a Jasmin Repesa, scudetto con la Fortitudo, anni buoni con Roma, guida della Croazia che andrà al mondiale dove noi non siamo ammessi, ma anche qui ostacoli sullo straniero da non far passare anche se vive qui da anni, e la situazione del settore tecnico ha invece urgente bisogno di una guida e di un manager. Ritardare ancora sarebbe delittuoso e non è questione di risparmiare, come dicono i cavalieri oscuri della prima crisi, ma un atto doveroso verso il movimento, ragazzi che devono crescere avendo una guida sicura, un progetto.