«Recessione fino al 2010 e occupazione a rischio»

L’allarme arriva da Parigi, dalla sede Ocse di Chateau de la Muette: l’Italia rischia di provare sulla propria pelle due anni di recessione. Secondo il rapporto semestrale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il 2008 si concluderà con una crescita negativa (-0,4%) che diventerà più profonda nel 2009 (-1%).
La peggior recessione degli ultimi trent’anni nell’area Ocse (che comprende i trenta principali Paesi sviluppati di Europa, America e Asia) porterà a un aumento sensibile dei disoccupati, 8 milioni in più (42 milioni contro i 34 milioni attuali). Anche nel nostro Paese le cose, sul mercato del lavoro, non andranno bene: il tasso di disoccupazione, che nel 2007 aveva raggiunto un minimo del 6,2%, sta aumentando quest’anno e toccherà a fine 2008 il 6,9% per poi aggravarsi ancora nel 2009 (7,8%) e nel 2010 (8%). Un peccato perché in questi ultimi anni, grazie alle riforme sulla flessibilità, l’Italia aveva mostrato «solidi ritmi di creazione di posti di lavoro - osserva l’Ocse - e calo della disoccupazione».
Come uscire dalla recessione? Servono stimoli fiscali, ma l’Ocse ricorda che il nostro Paese ha minori margini di manovra a causa del debito pubblico molto elevato. Minori sì, ma non nulli. Nonostante l’indebitamento, che è il più elevato della zona euro, l’Italia può ricorrere agli strumenti di bilancio purché il governo, afferma il capo economista, Klaus Schmidt-Hebbel, mostri un forte impegno a ritornare alla stabilità fiscale non appena si manifesti un’inversione di tendenza nell’andamento dell’economia. «Misure provvisorie, inserite in un piano credibile di consolidamento fiscale e in un quadro di riforme» possono dunque funzionare.
Anche per Bankitalia, il rischio che l’Italia corre, insieme al resto del mondo, «è di una recessione grave e prolungata». In un’audizione alla commissione Lavoro della Camera, il vicedirettore generale Ignazio Visco suggerisce che, per evitare l’assorbimento di shock esterni sui prezzi, gli aumenti contrattuali per i dipendenti siano legati non più all’inflazione programmata ma al target d’inflazione della Bce (il 2%). Allo stesso tempo, a Bankitalia non piace la detassazione dei premi aziendali, che è concentrata sui dipendenti della grandi imprese. È meglio, dice Visco, detassare i redditi dei lavoratori.