Recessione, la Ue rilancia con un piano da 200 miliardi

RomaDal cappello a cilindro di José Manuel Durao Barroso spuntano a sorpresa 200 miliardi di euro, 70 in più di quello che si era pronosticato, che la Ue mette sul tavolo per cercare di frenare la crisi. «Una risposta senza precedenti a una crisi senza precedenti» fa presente il presidente della commissione. Il quale si dice poi assai fiducioso che il «pacchetto» reso noto ieri possa essere varato in forma definitiva dal summit in programma a Bruxelles per l’11 e 12 dicembre. «Sarà un sostegno chiaro» pronostica Barroso con riferimento alla decisione che dovrà assumere il vertice tra capi di Stato e di governo rispetto alla sua proposta.
Duecento miliardi di euro e cioè una cifra vicina all’1,5% dell’intero Pil europeo che si potranno ottenere, «sforando» il tetto del 3% imposto dal trattato di Maastricht nel rapporto tra prodotto interno lordo e debito pubblico. In questo modo si dovrebbe arrivare a mettere assieme 170 miliardi di euro, forniti dagli Stati membri, mentre per i rimanenti 30 milioni ci penserà il bilancio comunitario. Nessuna regola imperativa da parte di Bruxelles sull’utilizzo del denaro. Ognuno sceglierà come procedere.
Ma al di là degli auspici della commissione, è già chiaro che nel vertice di dicembre potrà anche sorgere qualche problema. Perché Barroso, pur rispettoso delle singole scelte («Non è che una singola taglia possa andar bene per tutti...»), chiede però quantomeno che le misure economiche «siano coordinate». Insomma non è che un Paese potrà aiutare le sue aziende automobilistiche se gli altri non faranno altrettanto. Né sarà facile il discorso sulla classifica fatta già intravedere da Almunia in tema di sforamento. Il quale, rilevato come il patto di stabilità non sia affatto finito «tra parentesi», ma solo ammesso «a maggior flessibilità di decimali e per un solo anno», ha notato come proprio in considerazione dei deficit accumulati, al vertice occorrerà decidere chi potrà muovere tanto denaro per bloccare la crisi (i Paesi col debito minore), chi potrà farlo solo parzialmente e chi infine messo in ginocchio in questo freddo autunno economico (si parla di Ungheria, Lituania e Irlanda), potrà fare ben poco. Barroso si è detto d’accordo sul fatto che Maastricht non va messa in cantina: «Non è possibile avere un euro credibile senza un patto di stabilità credibile...» ha del resto voluto ricordare.
A questo punto tocca ai singoli Paesi Ue presentare i propri progetti e chiedere anche parte dei 30 milioni stanziati dalla commissione. Prima una riunione dell’Ecofin, poi il summit di metà dicembre. Sapendo comunque che i fondi comunitari li otterrà solo chi si muoverà in sintonia con quanto proposto dalla commissione. La quale ieri, puntualizzato come occorra attuare il piano «immediatamente», ha previsto di accelerare il pagamento agli Stati dei fondi strutturali e dei fondi sociali europei a sostegno dell’occupazione; di destinare almeno 4 miliardi di euro in prestiti alla Bei per sostenere lo sviluppo delle cosiddette «auto verdi»; di prevedere almeno un miliardo di euro per concretizzare lo sviluppo di una edilizia «ecologica» e comunque più efficiente dal punto di vista del risparmio energetico; di mettere allo studio un progetto per un’Iva ridotta per prodotti verdi e servizi ad alta intensità lavorativa, nonché di fornire aiuto alle industrie che si proiettino sui cosiddetti «schemi orizzontali»: ricerca, innovazione, protezione ambientale, tecnologie pulite, trasporti, efficacia energetica. Ancora, Barroso chiede alla banche di «fornire liquidità e sostenere gli investimenti dell’economia reale» e avanza qualche suggerimento in tema di tagli fiscali tra cui sgravi ai redditi più bassi, anche se su questo tema la parola spetta ai governi.
«Questa crisi può diventare una opportunità» secondo il presidente della commissione. Per il quale gli interventi programmati possono divenire realistici grazie alla flessibilità sul patto di Maastricht. «Che però - tiene ad avvertire un’ennesima volta - non sarà rivisto. Le regole esistenti già prevedevano questa flessibilità».