«Reciti assieme a un israeliano? Non lavorerai mai più in Egitto»

Messo alla gogna dalla stampa e dai suoi fan, rischia di finire sotto inchiesta

Al suo esordio nelle vesti di giovane militante palestinese entusiasmò le platee egiziane e si conquistò il primo spicchio di celebrità. Quando George Clooney lo volle al suo fianco per interpretare il ruolo di addestratore dei terroristi suicidi nel colossal Syriana i giornali di casa lo definirono il nuovo faraone di Hollywood. Da quando ha recitato al fianco di un attore israeliano tutto è finito. Il sindacato attori vuole metterlo al bando. I giornali non lo difendono. Il pubblico lo schifa. Capita in Egitto, uno dei pochi paesi mediorientali ad aver firmato una pace con Israele. Capita ad Amr Waked, uno dei più famosi attori egiziani del momento e uno dei pochi ad aver varcato i cancelli di Hollywood.
I dolori del giovane Waked iniziano quando la Bbc gli offre di recitare la parte del genero di Saddam Hussein in una docu-fiction intitolata Tra i due fiumi. Amr che conosce la sensibilità del suo pubblico vuole prima capire se il film, prodotto dall’azienda televisiva britannica, sia troppo filo americano e troppo ostile all’Irak baathista. Una volta letto il copione e accertato che non contenga nulla di indigeribile per i fan casalinghi, l’attore decide di firmare. Lo sciagurato non s’è però premurato di leggere la lista degli attori. O almeno così racconta. A recitare la parte del defunto raìs è stato scelto Ygal Naor, un attore israeliano, vero talento dei ruoli opposti, che in Munich impersonificava un professore della Sorbona eliminato dal Mossad. Per il sindacato attori egiziano e per il suo battagliero presidente Ashraf Zaki i ruoli, però, non contano. Contano molto di più il sangue, la religione e il passaporto. «Amr Waked recita la parte del marito di una delle figlie di Saddam assieme a un attore israeliano che interpreta lo stesso Saddam – avvisa il presidente del sindacato -, dunque Amr dovrà venir messo sotto inchiesta non appena rientrato in patria». Il senso è chiaro. Ygal Naor è un ebreo israeliano e Amr Waked non lo deve neppure avvicinare. Deve evitarlo come il demonio, pena la scomunica e la massa al bando da tutte le scene nazionali. «La posizione del sindacato è chiara - tuona inflessibile Ashraf Zaki -, noi respingiamo qualsiasi normalizzazione con Israele e pretendiamo che tutti i nostri associati mantengano questa linea. Altrimenti pretenderemo la sua esclusione da tutti i film egiziani».
Il peggio per Waked deve ancora venire. Quando i quotidiani di casa si buttano sulla storia salta fuori che tra i protagonisti c’è pure Uri Gavriel, un altro attore israeliano scelto per la parte di Ali Hassan al-Majid, ovvero l’abominevole cugino del dittatore conosciuto come Alì il Chimico. A quel punto Amr si ritrova nella tempesta. Il sindacato lo martella, i giornali lo abbandonano, i suoi fan lo accusano.
Insomma, poco importa che l’assassinato presidente Sadat abbia firmato la pace con Israele da ormai 28 anni. Per i registi, gli attori e una larga parte dell’opinione pubblica egiziana la guerra non è mai finita. Per loro anche soltanto parlare, discutere o lavorare al fianco di un israeliano resta un tabù. A dire il vero neppure la reazione di Amr Waked sembra troppo sorpresa o sdegnata. Invece di arrabbiarsi con chi pretende da lui la discriminazione di un collega e di un compagno di lavoro, l’attore si comporta come un bambino sorpreso con le dita nella marmellata. Prima mette le mani avanti dicendo di non essere stato informato della presenza di un israeliano. Come se quella deprecabile scrittura dovesse venir segnalata con un asterisco o una croce gialla. E quando i giornalisti gli ricordano che ci ha recitato assieme allora ne fa una questione di portafogli. Lui il contratto lo ha già firmato, abbandonare la scena proprio ora, a metà delle riprese, significherebbe pagare la penale e rimetterci un sacco di soldi. Se proprio quel film non s’ha da fare, arriva a proporre Waked, allora dev’essere il sindacato a levarmi dai guai anticipando le spese di mora e consentendomi di tornare a casa. Come dire un’autentica battaglia di principio combattuta nel nome del rispetto e della dignità.