«Recito Caravaggio come fossi in jeans»

da Roma

Geniale, dissoluto, turbolento, dissipato. Ma com'era, davvero, l'uomo Michelangelo Merisi? Non lo dicono i documenti, non lo rivela la storia. Del vero Caravaggio ci parlano solo i suoi quadri. Ed è da quelli - affermano gli autori - che ha preso le mosse il grandioso e complesso progetto di Caravaggio: l'ambiziosa miniserie targata Rai che, dopo due anni di ricerche e ben dieci, diverse stesure di sceneggiatura, prima della prevista messa in onda in autunno su Raiuno è stata presentata ieri in anteprima al RomaFictionFest. «Sono i quadri di questo genio, a spiegarci chi era come uomo - considera Andrea Purgatori, sceneggiatore assieme a James H.Carrington -. Essi ci mostrano anzitutto un ribelle. Ma anche un uomo col culto della libertà di esprimersi, di vivere a modo proprio, di sentirsi cittadino del mondo». E cos'altro era - dunque - l'uomo Michelangelo Merisi? «Un personaggio che ancora oggi parla alla sensibilità contemporanea», secondo Agostino Saccà di Raifiction (che produce assieme alla Titania di Ida Di Benedetto). «Un genio modernissimo, pur all'interno di una precisa cornice storica», lo definisce Angelo Longoni, che ha diretto il film. «Colui che ha raccontato il rapporto fra umano e divino attraverso la luce - sintetizza Vittorio Storaro (le cui luci da premio Oscar hanno ricreato i leggendari toni caravaggeschi) -. Ma anche con l'oscurità. Che in Caravaggio è importante almeno quanto la luce, perché necessaria ad illuminare sé stesso».
Colui che però ha in proposito le idee più personali è Alessio Boni, «che al personaggio ha dato tutto: impeto, sangue, sudore, con la spada come col pennello», afferma Longoni. E che (al vertice d'un nutrito cast in cui sono impegnati anche Elena Sofia Ricci, Paolo Brigulia e Jordì Mollà) commenta entusiasta: «Non avevo mai interpretato un personaggio reale. E siccome non puoi avvicinarti ad un’anima simile senza conoscerne l'opera, ho voluto vedere tutti i suoi quadri, leggere tutte le sue biografie. Finché non mi sono reso conto di alcune, folgoranti coincidenze. Lui firmò il contratto per il quadro che segnò la sua nascita autorale - La chiamata di san Matteo - il 4 luglio: lo stesso giorno in cui sono nato io. Lui ebbe un fratello sacerdote, come me; fu beneficato da un tale Orazio Costa, che è lo stesso nome del mio insegnante teatrale. E quando ho girato la scena della sua morte, avvenuta a 39 anni, avevo appena compiuto 39 anni anch'io». Risultato: «Mi sentivo quasi meglio nei suoi panni, che in jeans e scarpe da ginnastica».
Certo: non tutto fila liscio come si vorrebbe. La vita turbolenta del protagonista ha ispirato un tono pulp (sangue, violenza, trasgressioni sessuali) che potrebbe urtare qualcuno. E sempre a rischio banalità è la descrizione del momento creativo. «Ma come spiegare in che modo Caravaggio avesse l'ispirazione? - si chiede Purgatori -. È impossibile. Così abbiamo cercato di evitare le spiegazioni. E ci siamo limitati a raccontare la sua via, magari riempiendo i buchi neri della biografia, soprattutto nel periodo dell'infanzia e dell'adolescenza, provando ad immaginare quali esperienze potessero aver segnato il suo futuro di uomo e di artista». «Di alcuni quadri abbiamo raccontato la storia già conosciuta; di altri l'abbiamo inventata - riassume il regista -. Quel che conta è che questo film risulti un'opera viva. E non scolastica».